C. Y. B. E. R.
Ti chiudo in una stanza e ti immobilizzo su un sedile, poi faccio cadere una parte del soffitto
mentre dormi ti faccio spezzare inavvertitamente tutte le giunture, poi ti appendo alla finestra
ti posso fissare a un perno e farti girare orribilmente, quando svieni il perno smette di ruotare
tu ti precipiti verso la porta d'uscita, afferri la maniglia, ma questa è stata elettricamente riscaldata e ti bruci tutta la pelle della mano.
C. Viel
Vedo verde. Tra la costa ed i cubi di cemento anni Trenta io vedo verde. E non saranno i treni, i filobus, la metro, gli ascensori, i sexy shop, le scalinate coi punk e le panchine new wave, il tè verde, le terrazze, il porto coi vicoli, gli arrivi e le partenze a salvare ciò che resta. Osservare con attenzione e respirare.
Perchè tanto è tutto mio.
Until the King is born in Tupelo.
Wooden bar
Il ragazzo dei Kanelbullar varca la soglia sempre alle sette del mattino. Ha l'aria malinconica e sognante, saluta e magari ci scappa pure un sorriso sotto quei baffi e quei capelli lunghi. Si siede sullo sgabello e poggia i gomiti sul bancone di legno verniciato da poco. Si fa spazio tra i barattoli e le tazzine già svuotate da qualcuno prima di lui. Qualcuno che deve aver avuto molta fretta, perchè non lo ha aspettato, se n'è andato prima che lui arrivasse. Tamburella le dita distratto e chiede un tè, no un caffè, no un bicchiere di latte, no dei Kanelbullar. Lo aspetto sempre lì, soprattutto d'inverno, quando le barche restano ancorate al molo a causa del vento troppo forte e c'è poco da discutere con la gente del posto, c'è poco da scrivere, c'è poco da pensare. Sono lì dalle sei e mezza, siedo al bancone, sbocconcello un Kanelbullar e sorseggio un Earl Grey. E aspetto. Alle sette Maya la ragazza del bar comincia a far rumore con insistenza, sfrega energica i piattini e fa tintinnare i cucchiaini, sintonizza la radio su una stazioncina blues e comincia ad esser più ciarliera del solito. Sono le sette, sono proprio le sette. Il campanello della porta d'ingresso si fa sentire, una folata d'aria gelida mi pietrifica la schiena e sento il rumore del mare in lontananza, i gabbiani, li guardo sulla sottile carta da parati che ricopre le pareti in tavola e penso siano vivi anche loro. Alle sette tutti ci sentiamo più o meno vivi. Sento quasi la pioggia sulle ciglia, mentre il fumo della seconda tazza di tè ricama qualcosa sempre più su nell'aria e poi scompare. Lui entra e si siede vicino a me. Abbassa la testa, solo un cenno. Non ci salutiamo mai, è lì, come me, come Maya, come fosse la cosa più naturale del mondo. Ho troppo sonno per aprir bocca e lui sembra troppo triste e meditabondo per potermi rispondere.
"Due Kanelbullar e un caffè... no del latte, no... - guarda di sbieco la lavagnetta dei tè - ...ecco sì, un Earl Grey".
Mi volto verso di lui e lo guardo con curiosità mentre continuo a sorseggiare assonnata, osservo il suo maglioncino ipnotico e architettonico stile Bauhaus. Tipico suo, molto simpatico. Mi pianta due occhietti marroni e vellutati e con la mano mima un profondo inchino. Una solenne riverenza in un umile e confusionario bar. Un sfida?
"Earl Grey, il migliore che ci sia, non è vero? Scommette che il mio è più buono del suo?" - sibila convinto.
"Credo sia lo stesso in fondo, stessa scatola, stesso tè, stessa acqua calda...".
"Affatto, sarà tutto diverso!".
Prende un tovagliolino dal bancone, tira fuori una biro dalla tasca di quei pantaloni neri e strettissimi e comincia a disegnare mentre qualche ciocca cade giù dalle sue spalle. Dopo un po' mi prende la mano e ci posa su quel tovagliolino di carta violato dall'inchiostro. C'è una tazzina, fumante, viva, è bianca e sicuramente c'è del tè dentro. E' la più bella tazzina che abbia mai visto.
"Il miglior tè è quello che si riesce sempre a portare con sè. Un po' come i ricordi, un po' come le persone".

Thanks to S. for the photo.
Il futuro sorride a quelli come noi
In fondo hai ragione sai? Ciò che conta sul serio è alzarsi di mattina sulle proprie gambe e costruire qualcosa con le proprie mani, rendere vero quello che c'è in testa ed oscurare il resto, anche gli oroscopi o i libri enciclopedici che qualche vecchiaccia ex tossica ha scritto per ingabbiare i nostri comportamenti e lenire i suoi amari ricordi. Ci muoviamo tra strade e portici, come fanali nella sera umida che ci arriccia i capelli, con fogli di cartone e pennelli sotto le braccia, rifuggendo le processioni di volti e continuando a pensare "La gente è pazza, davvero". Qui le piazze sono troppo grandi, ma c'è tanto spazio per costruire ed insediarvi i nostri idoli: noi. Siamo noi i nostri idoli, ciò che vogliamo ce lo prendiamo. Perchè tanto è così, sia che tu stia da culo o sia che un bicchiere di birra o tre bottiglie di vino ti rendano il migliore del mondo, è così, sei il migliore e basta. Proseguiamo tra le folle di plastica che fanno rumori cinici: c'è chi cade dal motorino e sorride, chi suona le bottiglie, chi la tromba e ci fa battere il cinque mentre snocciola un po' di francese e ci chiama "designers". Siamo assolutamente noi, noi che sputiamo sui binari e sulle linee rette, noi che restiamo col sedere per terra e ci divertiamo pure. Poco conta se un giorno ti svegli riverso su un divano con i piedi all'aria o se un giorno mi sveglio per strada con la testa appoggiata ad un muro, poco cambia in fondo. Tutto gira e ci risucchia tra solchi inanimati, e ci salviamo e ci depuriamo dal passato, dal futuro, deridendo ciò che eravamo e ridipingendo le piste. E' tutta una grande scommessa, ma è folk e ci piace.
Le vie del nord Italia, il porto di Rotterdam, tutto si incrocia, si sovrappone nel tempo, si reincontra, si costruisce con le mani e si incolla.
Le maschere forti barcollano nelle fogne di Parigi, sognano i jeans post-Perestrojka e sputano nei canali di Bruges. Non hanno contorni, non hanno limiti, uno e trino, loro sanno cantare le arie e far brillare le insegne.
Le maschere forti hanno pozzi di luce sul volto, gli occhi perlati e la barba nivea di Ferlinghetti.
"Non sono un beatnik, non ero nella loro prima formazione, ma adoro Pasolini".
Sorseggiano il Pimm's e continuano a gorgheggiare mentre Piperno al megafono flauta: "Certe cose bisogna cancellarle, anche Pier Paolo".
Cos'hanno di forte le maschere forti?
Sigillano narici, tempi e vetustà, si nutrono di anacronismi.
Pazzi mai.
Repliche innaturali
nella cassa di cemento,
scatola dai vetri rotti.
Mani fantasma.
Volti turbìne turbini volte.
Le pareti grattate dalle tossi pesanti
e calcestruzzo vivo.
Luci a tappeto sulle grate di ferro.
Vecchie suole di cuoio marcio
tra le reti che stridono.
Ex fabbrica.
Bastano i fari sul soffitto,
i lustrini sulle bocche unite,
qualche applauso in lontananza.
Bastano?
Sono solo lamiere cotte dal sole.
Le vere maschere forti.
Санкт-Петербург
Ci sono tanti grifoni con le ali dorate che montano di guardia sul Ponte della Banca. Il canale Griboedova la notte non dorme, guarda le gambe degli assassini e ride malefico, è un vero russo lui, una macchia di petrolio secco che puzza di stantio. E' molto buio ma riesco ancora a scorgere qualche lume nella Sala della Filarmonica. Wagner e Liszt sono morti da un pezzo, ma la gente trotta ancora tra i palchi, le signorine neurofragili hanno ancora i fazzoletti profumati di cannella tra le mani, le loro gonne frusciano, e gli aziani ammiragli rubicondi tossicchiano. Sarà stato ieri, ora è tardi, non c'è nessuno. Nemmeno gli assassini.
Noi stiamo al numero 40, poco più in là, sotto terra, sotto il colonnato neoclassico tirato su da Velten... "Mentre venivo qui mi hanno rubato il cappotto o il naso, non so, devo controllare" dico con tutta naturalezza e con le labbra a punta. "Questa l'abbiamo già sentita, stronzo!" sbottano tante facce lunghe e ridiamo per saturare quelle stanze di qualcosa che non sia la paura. Gli Armeni sono rifugiati succubi della loro stessa terra, non dormono e pregano in silenzio, chiudono gli occhi e aspettano aspettano... Gli Armeni cantano muti, nella loro chiesa muta al numero 40-42, chiesa dimenticata da tutti i santi, forse anche da san Grigor Lusaworitch, perchè tanto ha fatto pure lui la fine di Wagner; una chiesa incastrata in una conchetta della Nevsky Prospekt così per caso, un po' di spazio per caso, un po' di gente per caso, un po' di Dio per caso... Gli Armeni si riuniscono a mezzanotte nelle cantine del tempio divino, leggono qualche patacca romantica tedesca o inveiscono contro Breton. "Quando finirà tutto questo? Quando la smetteranno di farci sentire figli cadetti di un figlio cadetto?" chiedo. "Quando creperà la Russia e noi con lei, grande madre e vecchia puttana".

"Ho sempre pensato che il legno, sia grezzo che raffinato o sotto forma di carta, fosse l'unica cosa che io potessi modellare, sarà per la sua superficie calda, sarà per la sua morbidezza, ma è così."
Vorrei riuscire a tradurre in questo materiale una musica piena di calore, far correre nelle venature i miei pensieri, osservare edifici che si muovono piegati dall'umidità o dalla secchezza dell'aria."
S. C.
Playing harmonica, iron and wine.
Norvegian wood.
Farmers farmers farmers.
Catch the folk on the railroad.
Non possiamo morire per far ridere gli altri.
Ci salveremo ci salveremo...
...to draw something good for my work.
Liverpool
Guarda quei muri, lì, lì ci sono gli orti, dietro cancellate, dietro pesanti portoni chiusi a doppia mandata, dietro i portici e le persiane sghembe, dietro quella piazza e dinanzi a quella chiesa, lì ci sono gli orti, i giardini più belli che esistano, i giardini segreti della città. Non li vedi, ma sono i più belli. Sono gli orti ed un giorno ti ci potrai intrufolare.
Guarda quel caffè, quella folla di gente, anziani, sagome di sghimbescio che gesticolano mute nei loro colori pastello. Noi non vogliamo diventare anziani.
Guarda il fiume, si insinua sotto le case, le solletica, le scuote, sta in silenzio ma vive. E' solo acqua morta.
Guarda le stelle, sono di legno o sono di merda, abitano candide stanze, ma sono sempre loro, avide di luce propria.
Guarda la notte, arriva presto, i semafori sono tutti verdi, le auto partono in quinta, una quinta folle, quintinfolle.
Guarda com'è strano, rovistare nei luoghi (sbagliati) e nel tempo (sbagliato), sbattere i pugni (giusti) sul tavolino da bar e sognare di fare qualcosa per non fare niente. Recherche.
Maître du monde
Lo conobbi di mattina, in quel vagone che conduceva la gente in città, come una massa di polli in una stia, come una foresta di tronchi muti e immobili. Leggeva "Il padrone del mondo" di Verne, sgranava gli occhi e serrava le labbra di tanto in tanto. Chiesi "Credi all'Epouvante?". Rispose "Credo allo spavento, all'afflizione. Robur era umano, ricercare il proprio limite è umano, il limite è solo una forma" e sorrise. Quando non leggeva gli piaceva correre tra i campi desolati, sdraiarsi sull'argine del fiume, sulle lastre grigie ed umide, abbracciava gli alberi, strappava fili d'erba e se li strofinava in faccia, correva tenendo la sciarpa con una mano, come un aquilone, faceva il verso alle rondini ed accarezzava i cani randagi. Salutava tutti quanti per strada e tutti quanti ricambiavano il saluto, ma fatti pochi passi si fermava e sospirava con una mano sul petto. Era amico dei bambini, regalava loro sempre qualche confetto colorato o dei fantastici disegni. Quando era stanco, stordito dalla gente e con gli occhi sbarrati, tornava sulle scale di quella chiesa, si sedeva sprofondando nella pietra e mi parlava di Nadar/Ardan, di come sia difficile vedere le cose, guardare attraverso gli squarci aperti negli abissi dell'anima e dell'incanto surreale.
"A volte vorrei annegare in un foglio di carta. Carta lucida." Si guardava le punte delle scarpe, assorto, protendeva le braccia verso l'alto e mormorava. Faceva freddo, il vento lo sentivi sotto i vestiti, come una mano ostile che accarezzava la schiena e ghiacciava le membra. Si sistemava la sciarpa in maniera convulsa, e soffiava ansante tra le mani chiuse. "A volte vorrei esser come Robur, più pesante dell'aria, indicare a qualcuno la strada, indicarla prima a me."
Partì.
Ogni tanto ricevevo anonime cartoline colorate con su scritto "Ciao Nadia". Mosca, Nijni-Novgorod, Kazan, Perm... conoscevo quel percorso, era quello di Strogoff.
Passarono alcuni anni.
Un giorno ricevetti una lettera. Un foglio candido, lucente, con una sottile patina di cera profumata. Al centro una sola parola: "Nemo".
Era listato a lutto.
"Io ho un'immagine, il mio fuoco dell'occhio ha questo limite e io taglio dove c'è il mio fuoco. Non è un fuoco ottico in senso stretto, è un fuoco strutturale, perciò queste sculture sono tagliate dove la struttura mi interessa che sia tagliata."
Pino Pascali

Nubi rossastre
si perdono tenui
dietro scogliere
dietro scrosci
iridi fosche
viaggiano
sprofondano
nelle acque
nei sogni calcarei
nelle ali perse
orizzonti arcaici
gridano piano
riprendono forma
baluginare
di verdi cristalli
che non si bagnano
trasparenze ottiche.
Fotofinish.
...éplucher une pomme
Le tempere colano verso l'alto, abili zebre che scompaiono e riappaiono, pozzanghere di docile vento in cui immergere le mani per colorarsi le palme.
Inchiostro simpatico su legno ancora vivo.
I feticci necessari riprendono a parlare, a stupirsi ed a sbirciare; tolgono il tabarro, vivono randagi, soffocano il passato, il presente e montano il futuro.
I feticci rinascono, tra allucinazione e delirio, fanno pulizia, rivivono magnetici, cacciati ed ossessionanti, di quà, di là, dove capita, dove c'è possibilità di una schiarita.
I feticci bruciano il cappotto, respirano di nuovo, il mondo di fuori è meglio del mondo rinchiuso nell'armadio; ora non leggono più, ma ascoltano.
I feticci si animano nuovamente, arrivisti persi in una vita bohème. Vincenti.
Sorridono arguti e forse pensano ancora che tu riuscirai a "fottere il mondo".
Today isn't an open book.
Merci mon vieil ami renaît.
Ed il tempo cominciò a mostrarsi, mi investì piano e senza ore, silenzioso e tetro.
Dopo aver incontrato il tempo gli occhi si nascondono sotto un ombrello, quell'ombrello che nasconde strade, auto, pioggia. Solo gambe e ruote che si muovono.
Dopo aver incontrato il tempo si rifuggono altri occhi per il timore che riescano a sorprendere quell'impronta ed a grattarla via.
Dopo aver incontrato il tempo... si fabbrica un altro tempo.

Sarò una perfetta statua di gesso perennemente avvolta in un sipario tutto mio.
Candida.
Bella.
Ma non abbastanza.
E con le labbra corallo.
Le attese inghiottiscono i sogni, false perle manifeste.
La dolce euforia nel sadico lassismo.
Le attese predicano silenzi, delicati affetti esasperanti.
La cinica visione che depreda il sonno.
Le paure rinascono col non sapere, col non sentire, col non vedere.
Le mani.
Le mani ci salveranno, mentre cala la sera, fumosa, inerte ed i fischi dei treni tremano in lontananza.
I silenzi.
I silenzi ci uccideranno.
"...felicità che non scavi più.
Meglio sporcarmi le mani e andare all'inferno,
invece che vivere cieco
e senza memoria.
Non mi servi più."
Arti + Mestieri
La caccia alla meteora, chimeriche sembianze.
Ritrovo i vecchi sogni, per poterli perder meglio.
Ritrovo vecchi dubbi e vecchie attenzioni.
Tra i binari delle stazioni e la gente che attende.
Ma io non sono la gente ed è l'attesa che mi attende.
Giochi di luce.
Le parole sono più pesanti delle voci. Sbiadiscono a volte, ma non crepano, ricoprono le coscienze, appiattiscono dure ed inesorabili le altrui realtà.
Io sono ciò che cerco.

Ma chi se li ricorda più gli Eater! E' tutto finito, i giubbotti di pelle non ci sono, le giacche non puzzan più di naftalina. E' tutto finito, non ci sono più occhiaie nè sorrisi spenti, nè idee marce, nè latrati.
Chi se le ricorda più le vecchie librerie. Gli scaffali, le pile di libri ammucchiate dappertutto, il ragazzo con la barba e la sciarpa rossa, il sottoscala buio con le offerte.
Chi se lo ricorda più il perduto negozio di dischi, l'odore di moquette, i dischi che non c'erano mai, la mano di * che mi trascinava, o forse io trascinavo lui. Solo quella volta. Ma forse ci andavo sempre perchè i dischi che volevo non li trovavo mai. I libri li trovo sempre. Sono loro che trovano me, assuefatta come sono a tanta vecchia ed infinita letteratura ottocentesca per l'infanzia.
Chi se lo ricorda più quel viso triste ed accigliato perso nel vuoto vacuo ed impotente del silenzio di un teatro notturno che naviga come una barca del Baltico e perde acqua come una brocca crepata. Ora la tela è tutta nera, ed io odio il nero.
Chi se la ricorda più Brigitte Helm, il grigiore lustro delle sue gote, quelle labbra sottili e misteriose.

Chi se lo ricorda più chi si ricordava chi io fossi. Forse sta ancora svitando lampadine dai lampioni.
Eravamo immersi nel bianco ed io saggiamente interdetta. Il bianco astrae troppo. Ci sono ore in cui capisci che bisogna fiatare per morire, morendo per vittoria. Allora i ricordi confondono le allucinazioni ed il volere comincia ad astrarsi anche lui, concretamente però.
Il mare di giorno, il mare è una festa.
Di notte quasi un urlo.
Di notte è tempesta.
Il sole sorprende le ombre ed i fantasmi, i pensieri lucidi, la vuota destrezza. Il giorno attende sempre, quando cerco di esser lì e non ci sono, quando respiro il freddo osservando un'altra notte per sostenere la guerra, non la realtà. Sì, mi piace uccidere le ombre, sopprimerle ed impossessarmene. Ma mi piace anche ricordare le storie di regine psichedeliche che hanno stivaletti a righe e si incoronano subito.
Dear painted princess, il regno dorme e tu sei sveglia, senza sonno e tenti di inventare nuovi colori. Armi bianche a righe blu e violenza aristocratica. Gli ubriachi ballano ed i cani si nascondono sotto le tovaglie. Ho un regno ed un diadema di carta. Il resto non conta.
Cadere nel buio e sporcarsi per caso di luce.
La luce non si smacchia.

Quando hai compreso questa scrittura, gettala via.
Se non riesci a comprende questa scrittura, gettala via.
Insisto che tu debba essere libero.
Nel mito non c'è osservazione nè analisi.
La gente sente, ma non ascolta.
Ogni cosa ha la sua ragione d'essere.
La ragione investe i fenomeni e le cose.
E tanti bei fiori su quel soffitto azzurro.
Avevo uno splendido giradischi rotto che parlava e sorrideva ad altre tremila cose rotte, mai contate, mai numerate, mai viste. E giravo per le stanze sorridendo, spalancando le finestre. Ma il giradischi era rotto.
Avevo uno strano libro verde mai finito che ronzava e bisbigliava, c'ero io ed altre tremila persone, mai sentite, mai percepite. E restavo tra le porte annuendo, battendo un piede.
Be bop.
La maggior parte degli uomini non si rende conto della vera ragione, si crea una propria saggezza e agisce perciò contro di sè.
Ero lì ancora in quell'angolo, un tè, una tovaglietta...
Tu ragazzo del bar, trova il resto nella tazza.
Quel resto che fuori non si vede e non si muove, quel buio che associa l'insano vivere inconsapevole al retorico vivere consapevole.
Sono un bravo artista fastidioso, so creare un'immagine imperfetta dettata dai sensi.
Sono un cattivo poeta sadico, so creare un'immagine perfetta dettata dalla ragione.
E poi la strada, i treni e le auto, i rumori ed i fari, il freddo ed una giacca, le donne che scappano, le edicole ed i santi, la polizia... tutto finisce nelle acque.
Le parole scritte sono come parassiti che si intrufolano nel mio corpo, ma sono io a soggiogarle.
Le persone...
Squilla il telefono, suonano alla porta, bussano alla finestra...
Le persone...
Tacciono sulle coperte.
Non ho mai visto il diavolo.
Forse l'ho soltanto costruito.

Un pugno sulla mandibola.
"...veli di pietà ricadono su chi non ha la forza di lottare ancora..."
Hey tu assurdo insegnante di una cognizione sprovvista di ogni univocità tu che scaglioni la nebbia alle due di notte mentre gli orologi bruciano ai polsi e tu cerchi di masticare qualcosa in silenzio non tanto per il gusto di farlo quanto per un'equa necessità. Dove sono le arance? Dov'è la neve?
Quel viaggio socchiuso tra una condoglianza mistica e senza fiato ed una defezione naturale.
Ho subaffittato i suggerimenti.
Net.
Verbo
Era trascorso parecchio tempo ormai. Anni irrispettosi forse. Ma cosa importava. Tutto navigava come al solito in quella patina opalescente e reverenziale, dove si perde ogni forma e si cerca una definizione insindacabile, un colore. Avevo ancora quel cappotto, quel dannatissimo cappotto cucito su misura, fatto di insoddisfazione personale, noia, finta inadeguatezza. Inglobava me e anche il resto, copriva il mio corpo e lo stritolava, strozzava ansante ogni ricordo, in quella finta e muta autorevolezza che mi dilaniava e sosteneva allo stesso tempo.
Era tutto così poco chiaro in quella grande città. Aria pesante, gialla e greve, che appannava la vista e sforbiciava le reazioni. La folla per strada, i risolini sprezzanti, i visi timorosi ed intorpiditi. I soliti luoghi sospesi tra ciò che si perde e ciò che si può facilmente ritrovare.
Immobile sotto quell'orribile insegna sibilante, attendendo che il sole calasse, che coprisse quel ghigno impavido, che fagocitasse tutto indistintamente.
La donnina scarmigliata che vende fiori all'angolo della strada. Pregare che scenda ancora una densa caligine. L'uomo generico al semaforo che distribuisce il Vangelo dei Gedeoni. Annusare un neutro privilegio.
Già buio, nessuna ombra sui muri.
Una chiazza avanza, solenne, obliqua. Una voce, occhi stretti, un saluto. Nessuno stupore mentre premevo quel collo morbido e sottile con le mie mani, che scivolavano e si torcevano, affondavano come un tarlo. Ero un semplice conciatore velleitario che rifulgeva nel profanare un eccesso.
Un'assassina.
I vapori non mugolano. Il profumo di marzapane ha il colore del sangue.
Sfangarsi velocemente.
"Tenga" dice l'uomo del semaforo. Raccolgo quel volume e torno sui miei passi.
Scale scale lucide scale piani piani piani porte porte piani scale buio luce scale.
Quel grigio terrazzo.
Ho aperto quel libro, (in)spirato e ho gridato "Io ti assolvo".
In camera charitatis.

Violino scaramazzo.
Ho una saturazione sbalestrata.
Il jockey mi taccia di insubordinazione. Ma che posso farci io? La colpa è dei cliché e di un credo crepato in anticamera.
Il mezzanino non ha più le tende. Al rogo i declamatori!
Sindrome dodecafonica, mi sento un aruspice.
Per il resto...
ascolta, Sherele.
Mentre qualcuno continua a ripetere "pashalsta".
Buon per lui.

Zarskoje Selo - 2006
L'inchino ha le paturnie e vuole il chinino.

I nuovi mirtilli, le vecchie mele, quel nuovo dio... sepolti in una teca di sabbia, ammassati ed intoccabili. Solo note soffocate, mani spente & senza colore che si muovono lievi in una danza di cartone.
Le vecchie scale ora sono un piano, una sella troppo larga e de