i was drinking what you drank still I don't feel good not at all not at all
i decided to make sense stop acting strange nevermore nevermore
Elevation
Altra seratina di sbronza oggi, e gli amici, e le carte, e questa bici a cui cigola il pedale, e questa sera che non vuole parlarmi e dirmi i cazzi suoi, e questo mare che sta zitto e nemmeno sa che esistiamo, e queste cose qua messe su a casaccio come ogni volta che mi ci metto a pensare e che non ho nulla da fare, solo i fumi dell'alcool che mi prendono e me li sento nel naso e ci rimango fermo e mi piace questa sensazione di estasi e tristezza di accidia totale ed indifferente di completa noncuranza delle cose e dei fatti della giornata di completo sfinimento di non ricordo più cosa...
Eccola. Di nuovo lei, la ragazza con gli occhi grandi grandi come due televisori. E lì sul molo, da sola, accovacciata con la gonna che accarezza il cemento. Guarda l'acqua scura, sembra sentimentale. Vorrei che mi facesse un dolce adesso, ma forse ci rimarrebbe male. Il suo uomo alga non c'è, forse se le parlassi mi bacerebbe, così, all'infinito.
- Sei la ragazza con gli occhi grandi andi. Il tuo ragazzo alga dov'è? Mi ricordo di te, mi piaceva guardarti da lontano, avevi sempre il sorriso sulle labbra ma sotto la luce del faro io vedevo sempre brillare una lacrima, nascosta ben bene sotto le palpebre. Ricordo come fosse facile stropicciarsi un po' il viso, toccarla piano con la punta delle dita quella lacrima e nasconderla nella tasca della giacca. Se solo potesse stare qui con te il tuo ragazzo alga non solo starebbe meglio, ma potrebbe anche parlarti meglio. Ma lui non c'è, ha il suo bell'acquario, forse ne ha comprato un altro da poco e non ha nemmeno la forza di sguazzarci dentro. Io lo so a cosa pensi. Quanto sei bella, ci pensi? No no, tu pensi a quelle mani nei tuoi capelli, pensi al fatto che da oggi non saranno più i tuoi capelli. Tu pensi a due labbra soffici soffici, al sapore dell'acqua che dipinge il rossore sul tuo viso mentre piove, pensi al fatto che da oggi non sarà più il tuo viso. L'amore è un sordo gioco quando si perde nel ricordo di due bocche, e tu ci stai pensando mentre stai lì piegata a guardare i riflessi del faro sulle gomene. Tu non ci pensi mai troppo a te, perchè hai gli occhi grandi andi come due televisori e spii la gente di sottecchi e forse un po' te ne vergogni. La spii e te la immagini diversa, i vecchi te li immagini giovani, i giovani te li immagini vecchi, e a lui ci pensi, non te lo immagini né vecchio né giovane, te lo immagini così, acquatico, molle come un'alga, fluttuante. Sei una brava ragazza che non sa nuotare. -
E adesso è scappata via. E mentre correva si passava le mani sulle guance e poi se le metteva in tasca per creare un nuovo acquario proprio lì, in tasca.
Our lips are sealed our breath is burning
These cold wild seas have left us turning
But I sleep light on these shores tonite
I live light on these shores.
Glory
Certo che sono proprio stupidi quei due. O forse uno, da qui non riesco a vedere bene, è già sera ed i bagliori delle insegne si affievoliscono insieme alla voglia di spostarsi da questa panchina. L'unico lampione fa il suo lavoro a rate. Anche se fosse uno solo, sarebbe uno stupido comunque, lì sul molo a guardare le alghe. Non sarai un cazzo tra vent'anni, quindi cosa guardi. Se fossero in due non guarderebbero nemmeno la stessa alga, perchè a lei piacerebbero le alghe verdi a lui quelle gialle. Guarderebbero in due direzioni opposte e non sarebbero un cazzo ugualmente tra vent'anni. Se fossero due in uno comunque non le guarderebbero le alghe. Forse non le guardano e basta... Ombra di Giano pensaci tu a pensare chè io non c'ho voglia oggi. Caro uno accompagnala a casa, ma se lei non ci dovesse essere, accompagnati a casa. Domani invitala ad una spiaggiata con anguria e vodka, sul molo, usate il cemento come la sabbia, già me li immagino, sono tristi. Sono due, accidenti! Ora lei s'è voltata, la vedo, ha gli occhi grandi grandi come due televisori e se lo guarda il suo ragazzo-alga, se lo guarda e cambia canale subito. Nessun santo la glorificherà mentre gli parlerà in silenzio, in silenzio e velocemente per risparmiare cinque minuti. Poi si saluteranno e non si vedranno mai più o forse si vedranno, ma con calma, molta calma. Lui finirà la sua giornata in una vecchia bettola di periferia, in mezzo ai campi, in mezzo ai dubbi, lei tornerà a casa, cambierà il cuscino e userà lacca per unghie prima di addormentarsi. Parlano infatti... Sarà questione di un'ora prima di salutarsi, questo è certo, solo un'ora altrimenti sarebbe ridicolo. Magari si odiano ma sono lì. Non ho voglia di guardarli, ma sono lì. Sono due menti perverse e sanno come farsela pagare. Lui era stanco di aspettarla, ma non l'ha mai aspettata perchè ci sono arrivati insieme sul molo. L'aveva attesa solo nella sua mente, se l'era immaginata l'attesa. Ma lei era sempre stata con lui. Hanno proprio i volti stupidi. Magari si saluteranno, si manderanno un sms per fare considerazioni sulla serata, poi quando si rivedranno avranno le bocche serrate. Chiuse ed impenetrabili come le saracinesche del market a mezzanotte. Non lo saprò mai, ho il poker tra cinque minuti e non li rivedrò mai, mai più. La verità è che si tufferanno insieme e diverranno alghe. Questa è la verità.
Sei come un poeta ragazza, e noi siamo abbastanza annoiati. Sei come un poeta senza lingua, un poeta senza lingua che continua a mostrare la sua lingua. Ce l'hai in tasca, insieme alle fototessere di qualche sbirro. Mattina presto e notte tarda a fare cose, a mangiarsi la lingua. E sarà il tuo compleanno e prenderemo un pasticcino al bar, uno qualsiasi senza insegna, uno qualsiasi che si può pasticciare con gli occhi. Sei fuori dal cerchio ragazza, sei fuori dal gioco, inventati qualche regola per allontanarti dalla plancia, inventa qualche cambio e poi risolvilo. Cosa dovresti sapere? Quello che vedi non è quello che pensi. C'è qualcosa in questo giro che torna indietro con le lanterne. Stai perdendo la testa mentre qualcuno ride della propria infelicità. Ragazza sei il re del tuo mondo mentre la regina dà scacco matto al mondo di qualcun altro. Non prendere nota di quello che dici.

Thanks to F. Maddalozzo for the photo.
Siamo qui, con le gambe incrociate su questo parquet un po' lercio e ruvido. Tra questi biglietti d'autobus, di traghetti, di metro e d'astronavi, non c'è più spazio per stiracchiarsi. Ho tanto sonno e voglia di dormire sotto una qualche scrivania accogliente e spartana. Qui non c'è più spazio nemmeno per una boccata di parole. Ci sono le due grandi finestre con le maniglie arrugginite, tutte sformate ed inchiodate dal tempo e dalla negligenza. I vetri viscosi, divisi in riquadri, sottili come velina. Giù la gente passa e mica lo sa che qui non c'è più spazio. Eppure qui c'è tanto spazio, tanto spazio per due caloriferi da armamentario russo, per qualche sedia e poltrona rachitica, per il cactus del mercatino di Steefkerk...e forse se la gente di sotto venisse tutta qui, ci sarebbe spazio anche per loro. Le voci no, quelle non ci stanno. L'umidità dell'aria di qui mi ha detto che se la prendi dal lato buono può essere utile, quindi, non capendo a cosa possa essere utile l'umidità di qui, mi son detta che mi piace. C'è un vecchio quaderno marrone sul tavolo, come i tuoi occhi, solo che è molto più stanco dei tuoi occhi. Avrei dovuto comprare una penna adatta per scriverci su, ma non l'ho fatto, ho comprato una scatola di matite e l'ho lasciata lì, vicino alla tazza di caffè, col cucchiaino in bilico sul manico. Voglio rendere la mia vita delicata e dar carattere alle forme. Ridi, ridi... cosa c'è da ridere? Metti via i quaderni e le riviste, perchè se non si muoveranno loro io non mi muoverò, no di certo. E' strano come tutto possa cambiare quando la storia è stata già fatta e le mattine portano via la gente che corre più veloce del resto. Le cose non funzionano mai come si suppone. Guardiamo dalla finestra in silenzio.

Eravamo come dei piccoli mostri, dimenticati nei magazzini.
"Voglio parlare alla gente - dissi - a qualche sorriso amico. Non a tutti, sia chiaro, solo a qualcuno, qualche piccolo qualcuno che sappia ascoltare qualche piccola cosa".
"Si farà si farà - mi rispose - io costruisco cose, tu puoi iniettarci funzionalità. Certo non la vita... In tali condizioni l'uomo resta ancorato al primo stadio dello sviluppo psicologico, quando crede ancora di poter far vivere la materia. Bisogna stare attenti, bisogna capire che siamo solo umili e graduali apprendisti della materia stessa. Puoi creare una funzione che si adatti alla materia... anzi no, la funzione è già insita nella materia, noi possiamo solo mettere assieme ed assemblare tutte queste piccole funzioni per dar vita ad una grande funzione. Noi possiamo solo innescarla. Ecco cosa siamo, siamo dei grandi innescatori".
Cercammo d'immaginare varie cose, vari progetti che vennero sempre più messi in discussione. In quasi tutte queste ipotesi utopistiche l'architettura della torre ed il vetro come materiale da costruzione giocavano un ruolo predominante. Era quella la strada da seguire.
La notizia si diffuse, la torre del non so cosa comunicativo creò scalpore: non ne erano stati entusiasti nemmeno i critici, nemmeno quelli amici. Poco importava, si costruiva di gran lena, pensando a quante persone avremmo potuto raggiungere.
Il fenomeno assunse una dimensione tale da costituire una seria minaccia all'immagine delle compagnie dei telefoni. La gente cominciò a recarsi in quella specie di brughiera. Restava là, a fissare con tanto d'occhi la buca appena scavata, poi le fondamenta, poi la base, poi la torre... Continuava a guardare in alto per ore, finchè ad alcuni uscì sangue dal naso. Ma rimasero immobili, mordendosi le labbra, con l'occhio stretto come quello di un animale.
Ci ammalammo. Ci spaccammo la schiena.
Non accadde nulla.
A cosa servirebbe guadagnare tutto il mondo se l'uomo deve distruggersi e perdersi?

Ci siamo tutti al freddo, tra nuovi sospiri e vecchie penitenze. Guardiamo le immagini prendere forma e non seguiamo mai la forma che si sgancia dalle immagini. Siamo al Freddo nascosti tra le sottane dei corpi di ballo, tra le gambe anchilosate dal tempo e dalla voglia. Scatta una foto Grit, scattala e butta via la macchina, prima che la vita ricopra tutto. Scatta una foto Al freddo.
Quanti secondi sono passati? Non lo so, non me lo chiedete, ma qualcosa ci passò bene: ci passarono le auto, ci passo il Reich, ci passò qualche occhiata, ci passò un lungo respiro, qualche pensiero estivo, le facce felici della gente animata dai buoni sentimenti, qualche sole e qualche luna, soffocati dai rumori del niente, le cose che si dicono e mai si fanno e le cose che si fanno e mai si concepiscono, i morti ammazzati dalla vita e da loro stessi, i viaggi per le case di nessuno, sempre calde ed accoglienti, i miti che si spengono sotto le ceneri dei benpensanti, le pagine di qualche libro, i cestini della merenda carichi di sole briciole.
I corpi si muovono sui palchi tetri, paralleli alle strutture, hanno un grido strozzato in gola.
I corpi si arrotolano sui cuori della gente, verticali al pavimento, spalmandosi di grigio.
I corpi si arrestano a Weimar, orizzontali sulle panchine, e poi si incamminano verso la Puglia.
Niente collages, scatta una foto Grit, una foto che non muoia subito.
Al fre(D)do.

to A. B.
Sotto quelle volte alte e colorate prova a sentirti morire, in quelle stanze vuote ed allo stesso tempo soffocanti. Chi è il tuo amico, chi è il tuo amico, chi è il tuo amico. Caro volto ottuso di uomo che si aggira per quei vuoti, cercalo tu.
Siamo sommersi dai bordi scuri, i bordi di quelle finestre che non abbiamo mai aperto, i bordi di quei vetri ghiacciati e coperti di brina, i bordi di qualche figura poco importante che mette in mostra solo i propri confini e forse si nasconde dietro un pannello di polistirolo candido.
Prova a sentirti vivo su quei nomi stampati su carta gialla, tra mille ombre che si additano mentre le lancette si rincorrono e qualcuno ruba le mentine all'ingresso della reception e sa già che avranno un sapore molto amaro.
Senti come brucia l'asfalto sotto la neve, passagli un microfono, senti cos'ha da dire, forse anche lui si sente morire.
Ci sono le barche vestite a carnevale, scure e piatte.
Dormono sotto l'albero di Natale.
Prova a scrivere cartoline che non spediremo mai, mentre il tempo ne mangerà i bordi.
Quei bordi che sono anche i nostri limiti e che non hanno manifesto.
Datemi la mia settimana stupida, solo una. La settimana in cui avere tutto e non avere niente, la settimana in cui dormire non significa sognare. Quella in cui le persone ti vorrebbero così e così, perchè se non lo sei non sei e se lo diventi si può sempre migliorare. La settimana delle assenze, dei vuoti di memoria, dei grigi che ricoprono un po' tutto, la settimana dei capelli sempre più lunghi, come un voto a qualche divinità nordica. Datemi la settimana in cui ogni cosa diventa generica, perde il suo utilizzo, in cui tutto diventa gadget, senza forma nè funzione. Voglio la settimana in cui si possa intravedere l'amore, tra baci ed abbracci che partono già stanchi e col tempo si seppelliscono da soli. Una settimana durante cui perdere un amico che non si era mai perso e ritrovarlo nello stesso posto di sempre, con la bocca ermetica che non si spalancherà mai per chiedere perchè. Voglio la settimana veneta, quella della neve sui monti, come i quadri di Bruegel, quella di Bhrams dall'autoradio, una settimana non candeggiata dietro il mixer di un teatro a dire cose stronze, perchè ormai l'unica cosa che non possono toglierci è l'ironia cattiva. Voglia la settimana genovese e Genova che sbuffa sempre dalle labbra della gente, quella città che grida qualcosa dai tetti dei palazzi, quella vita inodore e metallica, geometrica, come i servizi da tè di Ponti nella Wolfsoniana. Voglio una settimana di risultati parziali, dove ogni cosa è fine a se stessa e la vita gioco ultimo delle cose. Una settimana in cui truccarmi gli occhi di marrone prima di uscire ed in cui sentire odore di olive pigiate. Datemi una settimana in cui vestirmi totalmente a righe, con un eskimo di tela e le labbra gusto mandorla, una settimana in cui i buonismi diventano reazionari ed in cui non si riesce comunque ad arrabbiarsi con nessuno, neanche con i maestri che ti hanno insegnato qualcosa e sono scappati. Una settimana in cui sentirmi felice di non dover far felice nessuno e libera di non scegliere. Una settimana in cui smettere di edulcorare le intemperie con le parole ed in cui fare la sadica con chiunque capiti. Voglio una settimana in cui creare finalmente le domande a risposte caduche e traballanti, in cui stringere una mano che compare al momento più opportuno. Cerco una settimana da perdente, ma da perdente vero, di quelli che mangiano la polvere e tacciono, di quelli che leggono troppo ma che non imparano niente. Voglio una settimana in cui suonare bene la mia armonica russa che suona male mentre la pioggia cade sui giardini degli altri. Una settimana in cui camminare sul lato selvaggio e fotografare il gelo di una visione come Grit Kallin. Una settimana in cui comprendere o disconoscere le altre settimane.

Si fanno tanti errori sui ponti che collegano strane vite, con parole e gesti inconsistenti e volatili.
Ci si conficca vetri nelle mani anestetizzate per finta. Schegge di volti di vetro che durano quanto un cubetto di ghiaccio nel fiume.
Ero quel che cercavo, sono ciò che non riesco a trovare o che mi respinge.
Chissà se un giorno riusciremo ancora a sorseggiare quel tè amico mio, dietro le vetrine del baretto di piazza, come in un video dei Clientele, mentre si guardano le sagome delle cose nella nebbia, mentre le persone si spaccano le scarpe di tela al freddo o dormono dietro le sceneggiature dei teatri. Mentre imbratti tovagliolini di carta con frasi spensierate, dove i disegni delle cose sostituiscono le parole. E dove le azioni non sostituiscono mai i pensieri.
No non c'è una più felice di te, forse tu lo sarai ancora di più.
Si sale al sacrario, sempre più su, sopra un tappeto di neve che ci fascia le gambe. Ci sono tante scale sotto i nostri piedi, ma non le vediamo, tutto è ricoperto dal bianco dei bianchi. Ogni tanto scivoliamo sui bordi nascosti dei gradini, affondiamo, ci rialziamo senza rabbia nè stupore e guardiamo in alto i pennoni spogli al centro e quelli con la bandiera austriaca e quella italiana di lato. In cima il fiato lo diamo al vento secco. Solo neve, neve, gli obici dalla gittata di otto chilometri, anche quelli nella neve. Ci sediamo controvento su di un muretto. Guarda, di là c'è lo Spinoncia, di là il Cengio, di là Col della Berretta... Io e te amico, nessun'altra vita su in cima Grappa, solo tante grandi morti accatastate a piramide dietro le nostre spalle.
Tiriamo fuori un thermos dallo zaino, cioccolata calda.
E quasi ci vergogniamo di quelle tazze e delle nostre acerbe solitudini interiori mentre comincia a fioccare piano.
Sul Grappa è venuto giù una frana. Cosa importa di preciso come, cosa importa, prendi guanti e sciarpa prima che cali notte e andiamo.
Che stupide facce abbiamo amico, lucide come torce, e che assurdi discorsi facciamo, mentre le scarpe affondano tra sabbia e ghiaia. Perchè si va sul Grappa? Non lo sappiamo di preciso, ma si va. Prendi il ponte di legno, gira a sinistra e segui il fiume. Anzi no, aspetta... se ci sono gli ubriachi fuori dalle osterie, aspetta. Fermati un po' e ridi con loro, poi sfregati le mani e riprendi il cammino. Il museo della guerra è aperto solo per due mesi l'anno, ora è chiuso. Fuori è pieno di gatti nascosti dietro i cespugli. I vecchi palazzi muschiati sembrano parcheggiati lì per caso, dietro quella curva, e le vecchie signore che li abitano attraversano la strada per scuotere la tovaglia lungo gli argini.
Si sale in silenzio lungo il Brenta.
Ti ricordi da ragazzi com'eravamo e com'erano le sponde? Di sicuro sì. Io quei contorni li ho dimenticati, portati via dalla corrente. Quando venivamo qui, io il fiume non lo guardavo. Tu ci parlavi, ci suonavi su qualche nota di flauto, con le mani carezzavi i tronchi viscidi e ti addormentavi tra le foglie gialle e marroni. Era allora che io scappavo, scappavo dal fiume, scavalcavo il parapetto di ferro arrugginito e mi sedevo su quello sperone di cemento a picco sull'acqua scura. Dietro le mie spalle, in alto, la centrale idroelettrica. Dava luce alla città, ma era in assoluto l'edificio più buio che ci fosse in zona. Sentivo le lastre di cemento vibrare sotto di me, mugolavano, colpi frenetici, scale pentatoniche. Il fiume che tu cercavi qui se lo mangiavano le turbine, lo stritolavano, senza però mai dominarlo. Su quello sperone potevo ascoltare i vinto ed il vincitore, senza sapere mai bene chi fosse l'uno e chi fosse l'altro.
Saliamo ancora lungo il sentiero sempre più stretto, ingabbiato dalle fronde del bosco. Se camminassimo tutta la giornata, si arriverebbe a Trento. Ma non c'è tempo ora.
In autunno le suole delle scarpe fanno un rumore diverso e se guardi meglio le luci dall'altre parte del fiume, la città sembra stupida e sorda ad ogni richiamo dei nostri occhi.
Ammassi di terra, sassi sparsi, zolle scure, qualcosa che luccica. Ecco la frana.
Caschiamo per terra e ci mettiamo a scavare lì come dannati, a mani nude nella nuda terra. Cinque gradi, forse gli stessi di novant'anni fa.
Pezzi di granate, gavette infrante ed incrostate, piccoli cadaveri di borracce di metallo accartocciate, bottoni... Le unghie ormai sanguinano, ci fissiamo in silenzio tra queste piccole e mute macerie. Ecco cosa siamo, ecco cosa eravamo.
Io sono un altro, ho preso le sue sembianze e l'ho sostituito. Vivo al posto suo, come lui, vivo contemporaneamente a lui, righe sovrapposte. A volte ricordo meglio le cose, altre mi dimentico e lascio andar via un po' di fantasmi. Ma nessun fantasma è incolore. Bisogna serrare i cancelli arrugginiti, dar fuoco ai tronchi marci ed abbandonare le grasse voci. Giro nelle piazze, mi immergo nella folla e lo cerco. Poi mi accorgo di cercare me e svolto per stradine laterali e sento solo i miei passi sul selciato. Dietro i lampioni della piazza ci sono vie strette, buie, belle. Non c'è nessuno, ma lo devo cercare, l'altro. Io cerco me ma infine cerco lui. E forse io sono te, caro altro, e se non lo sono forse lo sto diventando. Scendo dall'autobus e trattengo il fiato, cammino come lui e lo vedo fender l'aria pesante. Cammino come un altro, ho le sue scarpe e tra un po' anche i suoi capelli. Gli ho preso tutto, gli ho rubato la vita, ma lui questo non lo sa. Ho preso il posto di un altro ma non so perchè continui a vederlo saltellare. Mi sento una paranoica e ridicola controfigura, un manichino per il crash test.
Al Mussato c'è il fiume addormentato.
Mon ami qui ci si consuma i pomeriggi tra le chiome d'alberi ingiallite ed i panorami muti e crescenti. Cinder & smoke, come vivere sempre in un grande bosco, annusare l'acqua che fa decomporre le foglie. Questa è la grande e possente chiesa perfetta, trafitta da mille incensiere di fuochi spenti. E' pieno di corpi morti, qualcosa di pesante ed inerme, i corpi che ti spingono sul fondo della strada e ti soffocano. Le vecchie novità insomma.
A volte vorrei ancora perdermi in quel cappotto che spesso abbiamo insultato.
Io la vincero questa città, come ogni posto dove andrai.
Nelle ville friulane ci sono le storie, quelle di chi crede ancora nell'inverno o di chi crede ancora in se stesso. Ci sono i giovani, nati anonimi, che ritagliano le parole nei silenzi e si scelgono le case in riva al mare. Ma ogni tanto sputan fuoco dalle bocche, fuoco giallo e rettangolare.
Mon ami ti osservo sulla tua stessa porta, consunta da giorni di assenze, ti parlo mentre tu prendi la posta d'altri ed annaspi tra lettere e frasi smozzicate al telefono. E non è mai abbastanza... il denaro, le forze, le case e le corse nei musei, le immagini a scatola chiusa tra milioni di cornici vuote. Non è mai abbastanza bere da sorgenti che nascono in pianura e muoiono nelle stazioni.
Le teste pesanti si legano a figure oleose che annegano nei mari di Sicilia, ma tornano sempre a galla, con la barba cresciuta, da bravi padroncini impertinenti.
Con le mani puoi grattare qualche superficie in legno e puoi leggere i sorrisi sulle bocche di carta. Sulla mia.
La grande parata dei ciechi vincitori.
A Firenze sposteranno qualche cassa, smonteranno le persone, soffieranno del polistirolo e forse qualcuno piangerà fuori dal Tenax.
Arrivederci qui e là.
Mi prendo la tua città, la piego in due e la sotterro, la colmo di occhi.
Prendo una strada e comincio a parlarle senza attender risposta. Era ottobre e con le scarpe rotte pestavi la ghiaia della piazza ed annusavi la pioggia frammista ai fumi di scarico delle auto. Com'era non è.
Prendo una casa e la osservo distrattamente, anzi non proprio... Ti prendo la casa arancione, la pesco da una cesta di case arancioni. Nessuno per la via.
Prendo un portico e lo consumo, un due tre via, avanti e indietro, guardo le spalle di chi non sa che io sia lì di domenica.
Mi prendo la tua città, un andirivieni di cose mai viste ma già raccontate, c'è sempre tempo per i rapimenti, un po' meno per la neve.
Gli anziani suonano i clarinetti rivolti verso la mia parete, i ragazzini sono sugli skate ma non si spaccano i denti, Mister Tambourine Man recita dalle insegne, i cani leccano i quaderni nelle cartolerie, negli alberghi di B. si gira un film.
Ho preso la città a chi pian piano l'abbandona.
L'arte a volte non dà proprio un cazzo.
"...Infatti, quando l'epoca in cui un uomo di talento è obbligato a vivere è monotona e sciocca, l'artista è, a sua stessa insaputa, ossessionato dalla nostalgia di un altro secolo.
Non potendo armonizzarsi se non a rari intervalli con l'ambiente in cui si evolve; non scoprendo più, nell'esame di questo ambiente e delle creature che lo subiscono, piaceri di osservazione e di analisi sufficienti a distrarlo, egli si sente sorgere e sbocciare in sé particolari fenomeni. Confusi desideri di migrazione si levano, che si sbrogliano nella riflessione e nello studio. Gli istinti, le sensazioni, le inclinazioni trasmesse dall'eredità si risvegliano, si determinano, si impongono con imperiosa sicurezza. Si rammenta di ricordi di esseri e di cose che non ha conosciuto personalmente, e viene un momento in cui evade violentemente dal penitenziario del suo secolo e si aggira in piena libertà in un'altra epoca con la quale, in un'estrema illusione, gli sembra che sarebbe stato in miglior accordo.
Per alcuni si tratta di un ritorno alle età consumate, alle civiltà scomparse, ai tempi morti; per altri si tratta di uno slancio verso il fantastico e verso il sogno, di una visione più o meno intensa di un tempo a venire la cui immagine riproduce, senza che lo sappia, per un effetto di atavismo, quella delle epoche trascorse."
Joris-Karl Huysmans - Controccorrente
Piove nei fossi d'argento e d'oro, sulle facce di bronzo, piove nei vicoli e sui sampietrini spenti, sui lampioni di ruggine e cartone e sulle finestre aperte al niente. Piove su qualche sigaretta insonne accesa sotto casa, piove su chi la tiene spenta tra le labbra, muto, e niente sa e niente saprà. Piove su chi pensa ad un pollo per pranzo, a chi si sottrae al mondo impastando la propria strada ed usando le parole giuste. Piove su chi pensa ad un asfalto filosoficamente scorretto e su chi si china per carezzarlo.
Cielo grigio e odore di metallo, domenica il giorno di festa.
Perchè mia madre non è più mia madre.
Perchè mio padre non è più mio padre.
E questa casa non è più la mia casa o forse non lo è mai stata e mai lo sarà.
Qui sul mio letto che non è il mio letto tremo.
Il fallimento dei miei ventitre anni.
Tremo e sputo sangue.
Quello è mio, sì che è mio.
I messaggi non hanno abbastanza spazi, i mesi non hanno abbastanza giorni, le piazze non hanno abbastanza statue, le mani non hanno abbastanza righe.
I fiumi di pentole e lave, la nebbia di fuochi acerbi.
E mi ritrovo ad augurare la sfortuna alla mia ventura per psichedelie varie ed eventuali ed egoismi impropri.
Le orecchie sorde le trovi per strada che trotterellano mai sazie di suoni armonici.
Ed io mi sento come un albo per bambini, tutto da colorare.
I pomeriggi non s'addormentano mai sulla Grote Mark di Haarlem, nè si sciolgono tra le mani. I grigi omini a spasso hanno le bocche aperte, come tante pozzanghere di vento. I tetti di legno e maiolica hanno tutti un nome, lo gridano e risplendono di mille soli bianchi. La sventura canta acerba attorno ad una tavola imbandita o magari dorme sui divani. Che cosa è successo Katrinka? Tu mi osservi perchè ho gli occhi lucidi e densi, cerco i confini per varcarli e per inventarne altri. Tu hai un sorriso furbo e meccanico, narri le storie di un uomo qualunque ma non te ne compiaci. Tu non lo sai, ma gli arrivi e le partenze hanno il furore di una battaglia che lascia morti e feriti sulla nuda e fetida terra ed altrettanti vincitori stesi nei letti candidi delle proprie case. Io non so se ho vinto o se mi son lasciata vincere, soggiogare dall'instabilità malinconica ed appassionata. Bisogna maledire il tempo, cara Katrinka, perchè i ponti non hanno mai fine. Hai troppa paura della pioggia per riuscire ad inzupparti i vestiti. Cosa ci è successo? Riempiamoci ancora lo stomaco di quell'acqua ai fiori d'arancio, l'acqua di Utrecht e poi te lo saprò spiegare.
"Cosa è successo di quel tempo, quando portavamo a spasso le idee?"
"Erano solo stracci Katrinka"
"Cosa è successo nel frattempo?"
"Ho imparato a vivere Katrinka, mentre tu correvi, inciampavi negli stracci e ruzzolavi tra le dune".

Quella notte è cresciuta una foresta, mentre adagiavo la schiena sul ramo di un noce e sbirciavo i cristalli di carta nei tronchi di metallo. E' successo proprio quella notte. Li senti i cani annusare le onde e nasconder la testa sotto le conchiglie? Chiudi gli occhi e ascolta gli uccelli che nuotano ed il vento che singhiozza tra i cancelli. La foresta sul mare fiancheggia altre foreste e ne contiene molte altre ancora, tutte quelle che verranno, ha degli enormi bulloni sulle cortecce ed i suoi origami scrivono sulla sabbia, scrivono con i rovi e sanguinano, e scrivono e si dissolvono nell'acqua, se la bevono tutta e diventano alberi con le corde da bucato e sulle corde il sole steso ad asciugare. Ed io li guardo i lenzuoli sparsi tra le foglie e vorrei incendiarli, vorrei bruciare i tronchi d'acqua, guardarli morire da una finestra aperta e camminare sugli specchi, sparare ad un pesce per poi riportarlo in vita. L'acqua affoga negli alberi mentre questi crescono, cresce la foresta, si accorcia la notte.
Quella volta io c'ero, l'ho visto mentre dormivo, ne sono sicura, la foresta ha rubato il mare e sotto la sabbia tante foglie fresche.

YOU LOOK LIKE EVERYBODY ELSE WHEN YOU GO INTO THE CHANGE ROOM.

Nell'era vorace la mente libera e seguire la prassi.
Si tira a Campari.
No program is the best program.
Piglia i dollari se ti riesce.
L'Underground e l'Overground.
La Califogna era la terra promessa per la nuova generazione neopsichedelica.
Io sono un poeta e camminerò su strade lastricate in vetroresina.Glasarchitektur.
Era dura, la prima linea. A buscare degli scoppi nel viso a rischio della propria pelle. Di avanzare non se ne parla neanche, e ogni colpo potrebbe essere il tuo. Un colpo micidiale e da state-of-the-art.
Italy is biutiful end cip. Be sweet, honey.
Talvolta bisogna prendere la propria vita in mano, altrimenti ci si lascia portare in giro da essa.
Vendi e pentiti dice il proverbio egiziano.

Esbjerg
Lo vedi il sole tramontare dietro le rive di Esbjerg? Per qualche tallero in più avresti potuto guardare anche i gabbiani che pescano in mare... gabbiani veri... se solo avessi avuto qualche tallero... Ora c'è solo acqua sporca portata da qualche mercantile del porto.
A stare stesi sulla tuga di prua si fanno strani sogni: pesci meccanici, ritorni inaspettati, voci del popolo, tosse del mare. E sono tutte lì le strane figure dei pescatori che attendono il sole, mentre si riparano gli occhi con le mani e scelgono di definire cosa sia utile e cosa inutile nella giornata che ha da venire. Io i pesci li pesco di notte. E mentre i corsari attenderanno di decidere come decidere le cose da decidere, io dormirò e sognerò l'Olonese e Michele il Basco e sognerò i coralli del nord e quanto tempo sia necessario per fare un chilometro saltellando. Lo vedi il sole tramontare? Loro sono lì ai tavoli dello spaccio che decidono cosa sarebbe stato meglio decidere e si danno le manate sulle spalle, si arricciano i baffi umidi con le mani callose e puzzano di tomba. Io parto per gettar le reti e già i pesci mi salutano da lontano.

C. Y. B. E. R.
Ti chiudo in una stanza e ti immobilizzo su un sedile, poi faccio cadere una parte del soffitto
mentre dormi ti faccio spezzare inavvertitamente tutte le giunture, poi ti appendo alla finestra
ti posso fissare a un perno e farti girare orribilmente, quando svieni il perno smette di ruotare
tu ti precipiti verso la porta d'uscita, afferri la maniglia, ma questa è stata elettricamente riscaldata e ti bruci tutta la pelle della mano.
C. Viel
Vedo verde. Tra la costa ed i cubi di cemento anni Trenta io vedo verde. E non saranno i treni, i filobus, la metro, gli ascensori, i sexy shop, le scalinate coi punk e le panchine new wave, il tè verde, le terrazze, il porto coi vicoli, gli arrivi e le partenze a salvare ciò che resta. Osservare con attenzione e respirare.
Perchè tanto è tutto mio.
Until the King is born in Tupelo.
Wooden bar
Il ragazzo dei Kanelbullar varca la soglia sempre alle sette del mattino. Ha l'aria malinconica e sognante, saluta e magari ci scappa pure un sorriso sotto quei baffi e quei capelli lunghi. Si siede sullo sgabello e poggia i gomiti sul bancone di legno verniciato da poco. Si fa spazio tra i barattoli e le tazzine già svuotate da qualcuno prima di lui. Qualcuno che deve aver avuto molta fretta, perchè non lo ha aspettato, se n'è andato prima che lui arrivasse. Tamburella le dita distratto e chiede un tè, no un caffè, no un bicchiere di latte, no dei Kanelbullar. Lo aspetto sempre lì, soprattutto d'inverno, quando le barche restano ancorate al molo a causa del vento troppo forte e c'è poco da discutere con la gente del posto, c'è poco da scrivere, c'è poco da pensare. Sono lì dalle sei e mezza, siedo al bancone, sbocconcello un Kanelbullar e sorseggio un Earl Grey. E aspetto. Alle sette Maya la ragazza del bar comincia a far rumore con insistenza, sfrega energica i piattini e fa tintinnare i cucchiaini, sintonizza la radio su una stazioncina blues e comincia ad esser più ciarliera del solito. Sono le sette, sono proprio le sette. Il campanello della porta d'ingresso si fa sentire, una folata d'aria gelida mi pietrifica la schiena e sento il rumore del mare in lontananza, i gabbiani, li guardo sulla sottile carta da parati che ricopre le pareti in tavola e penso siano vivi anche loro. Alle sette tutti ci sentiamo più o meno vivi. Sento quasi la pioggia sulle ciglia, mentre il fumo della seconda tazza di tè ricama qualcosa sempre più su nell'aria e poi scompare. Lui entra e si siede vicino a me. Abbassa la testa, solo un cenno. Non ci salutiamo mai, è lì, come me, come Maya, come fosse la cosa più naturale del mondo. Ho troppo sonno per aprir bocca e lui sembra troppo triste e meditabondo per potermi rispondere.
"Due Kanelbullar e un caffè... no del latte, no... - guarda di sbieco la lavagnetta dei tè - ...ecco sì, un Earl Grey".
Mi volto verso di lui e lo guardo con curiosità mentre continuo a sorseggiare assonnata, osservo il suo maglioncino ipnotico e architettonico stile Bauhaus. Tipico suo, molto simpatico. Mi pianta due occhietti marroni e vellutati e con la mano mima un profondo inchino. Una solenne riverenza in un umile e confusionario bar. Un sfida?
"Earl Grey, il migliore che ci sia, non è vero? Scommette che il mio è più buono del suo?" - sibila convinto.
"Credo sia lo stesso in fondo, stessa scatola, stesso tè, stessa acqua calda...".
"Affatto, sarà tutto diverso!".
Prende un tovagliolino dal bancone, tira fuori una biro dalla tasca di quei pantaloni neri e strettissimi e comincia a disegnare mentre qualche ciocca cade giù dalle sue spalle. Dopo un po' mi prende la mano e ci posa su quel tovagliolino di carta violato dall'inchiostro. C'è una tazzina, fumante, viva, è bianca e sicuramente c'è del tè dentro. E' la più bella tazzina che abbia mai visto.
"Il miglior tè è quello che si riesce sempre a portare con sè. Un po' come i ricordi, un po' come le persone".

Thanks to S. for the photo.
Il futuro sorride a quelli come noi
In fondo hai ragione sai? Ciò che conta sul serio è alzarsi di mattina sulle proprie gambe e costruire qualcosa con le proprie mani, rendere vero quello che c'è in testa ed oscurare il resto, anche gli oroscopi o i libri enciclopedici che qualche vecchiaccia ex tossica ha scritto per ingabbiare i nostri comportamenti e lenire i suoi amari ricordi. Ci muoviamo tra strade e portici, come fanali nella sera umida che ci arriccia i capelli, con fogli di cartone e pennelli sotto le braccia, rifuggendo le processioni di volti e continuando a pensare "La gente è pazza, davvero". Qui le piazze sono troppo grandi, ma c'è tanto spazio per costruire ed insediarvi i nostri idoli: noi. Siamo noi i nostri idoli, ciò che vogliamo ce lo prendiamo. Perchè tanto è così, sia che tu stia da culo o sia che un bicchiere di birra o tre bottiglie di vino ti rendano il migliore del mondo, è così, sei il migliore e basta. Proseguiamo tra le folle di plastica che fanno rumori cinici: c'è chi cade dal motorino e sorride, chi suona le bottiglie, chi la tromba e ci fa battere il cinque mentre snocciola un po' di francese e ci chiama "designers". Siamo assolutamente noi, noi che sputiamo sui binari e sulle linee rette, noi che restiamo col sedere per terra e ci divertiamo pure. Poco conta se un giorno ti svegli riverso su un divano con i piedi all'aria o se un giorno mi sveglio per strada con la testa appoggiata ad un muro, poco cambia in fondo. Tutto gira e ci risucchia tra solchi inanimati, e ci salviamo e ci depuriamo dal passato, dal futuro, deridendo ciò che eravamo e ridipingendo le piste. E' tutta una grande scommessa, ma è folk e ci piace.
Le vie del nord Italia, il porto di Rotterdam, tutto si incrocia, si sovrappone nel tempo, si reincontra, si costruisce con le mani e si incolla.
Le maschere forti barcollano nelle fogne di Parigi, sognano i jeans post-Perestrojka e sputano nei canali di Bruges. Non hanno contorni, non hanno limiti, uno e trino, loro sanno cantare le arie e far brillare le insegne.
Le maschere forti hanno pozzi di luce sul volto, gli occhi perlati e la barba nivea di Ferlinghetti.
"Non sono un beatnik, non ero nella loro prima formazione, ma adoro Pasolini".
Sorseggiano il Pimm's e continuano a gorgheggiare mentre Piperno al megafono flauta: "Certe cose bisogna cancellarle, anche Pier Paolo".
Cos'hanno di forte le maschere forti?
Sigillano narici, tempi e vetustà, si nutrono di anacronismi.
Pazzi mai.