Torno insieme al cattivo tempo. E riparto tra breve.
Stavolta con la testa fra le nuvole, con poche parole impastate e memorizzate, con i soavi miasmi degli intingoli che mi attendono e che prevedo solo di annusare.
Se ci pensi è dolce è terribile. Un rivolo gelato che corre dietro la schiena, lusso e povertà.
La Piazza Rossa mi attende, il mar Baltico fischietta il mio nome.
Vi saluto.
Questa settimana: no comment. Brutto tempo, davvero. Soprassediamo sulle varie morti di cantanti. Soprassediamo. Sull'Andria Prog Festival, che un po' rimane come un groppone. Ciao Festival. Sabato giornata da matrimonio, salutiamo i Balletto di Bronzo, salutiamoli da lontano, ululeranno da soli, senza di me. Peccato. E domani si riprende a studiare. La pessima estate dello studente. La pessima estate da pessimo studente. Immersa nella pessima organizzazione burocratica. Rimandata a settembre per il corso normale di latino, dopo aver superato il corso d'eccellenza. Ma tanto è inutile mettersi a capire. La Russia paranoica e possente mi attende, con i suoi pranzetti luculliani a base di aria e forse di acqua. Il resto è meglio non averlo letto. L'estate dei buoni sconto, dei voucher prepagati e degli assegni da quattro euro. L'estate dei libri piccoli, di second'ordine e anche vecchi.
L'anno scorso eravano a vedere i Television. Quest'anno se imparo il kobaiano, Vander sarà contento.
Siccome siamo in periodo "sportivo", sarebbe bello menzionare qualche campione dimenticato del passato, che ha lasciato in silenzio una traccia indissolubile. Lo faccio senza pretese, solo in base a qualche libro letto, a qualche "culto" e ricordo familiare.
Un libro molto bello, anche per chi non è proprio appassionato di calcio, è "La farfalla granata", ovvero la storia della breve vita di Gigi Meroni, ala destra del Torino anni 60.

Per chi lo vedeva giocare era un mito, uno a cui la fantasia non mancava di certo. I giovani di allora lo ricordano soprattutto per il suo anticonformismo, per quei capelli lunghi e per gli abitini alla Beatles, che lui adorava, per la sua inquietudine e la sua relazione sentimentale. Ma anche per il senso di caparbietà che lo contraddistingueva. Un precursore insomma, che rappresentava involontariamente non soltanto una generazione di sportivi, ma anche un periodo di rottura con i soliti clichè. Perchè non era solo un calciatore coi calzettoni abbassati, ma un artista, un pittore, un cultore del beat. Uno che poteva andare in giro con una gallina al guinzaglio, che si travestiva da giornalista per andare dalla gente a chiedere cosa ne pensassero di lui, ma soprattutto che rifiutò la convocazione in nazionale perchè il prezzo sarebbe stato tagliarsi i capelli.
Muore nel 1967 a soli 24 anni, investito da colui che sarebbe diventato negli anni Novanta il presidente del Torino.