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Blogger: Eskimogirl
Il cosmo che è dentro di me, complessi morali anarchici, un occhio aperto per il passato ed uno chiuso per il presente, filosofia psichedelica, esistenzialismo spicciolo, cromatismo sonoro e mentale, risposte nelle domande, edonismo stilistico, profezie e viaggi metafisici, frasi e azioni inconcepibili, sogni iperuranici, utopie immateriali. Ma solo io possiedo la chiave di questa selvaggia parata.

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sabato, luglio 26, 2008

Quella notte è cresciuta una foresta, mentre adagiavo la schiena sul ramo di un noce e sbirciavo i cristalli di carta nei tronchi di metallo. E' successo proprio quella notte. Li senti i cani annusare le onde e nasconder la testa sotto le conchiglie? Chiudi gli occhi e ascolta gli uccelli che nuotano ed il vento che singhiozza tra i cancelli. La foresta sul mare fiancheggia altre foreste e ne contiene molte altre ancora, tutte quelle che verranno,  ha degli enormi bulloni sulle cortecce ed i suoi  origami scrivono sulla sabbia, scrivono con i rovi e sanguinano, e scrivono e si dissolvono nell'acqua, se la bevono tutta e diventano alberi con le corde da bucato e sulle corde il sole steso ad asciugare. Ed io li guardo i lenzuoli sparsi tra le foglie e vorrei incendiarli, vorrei bruciare i tronchi d'acqua, guardarli morire da una finestra aperta e camminare sugli specchi, sparare ad un pesce per poi riportarlo in vita. L'acqua affoga negli alberi mentre questi crescono, cresce la foresta, si accorcia la notte.

Quella volta io c'ero, l'ho visto mentre dormivo, ne sono sicura, la foresta ha rubato il mare e sotto la sabbia tante foglie fresche. 

that night a forest grew

 

postato da: Eskimogirl alle ore 15:56 | link | commenti (10)
categorie: fasti concettosi, esplorazioni, oracolo nonsense
sabato, luglio 19, 2008

YOU LOOK LIKE EVERYBODY ELSE WHEN YOU GO INTO THE CHANGE ROOM.

DSC01678

Nell'era vorace la mente libera e seguire la prassi.

Si tira a Campari.

No program is the best program.

Piglia i dollari se ti riesce.

L'Underground e l'Overground.

La Califogna era la terra promessa per la nuova generazione neopsichedelica.

Io sono un poeta e camminerò su strade lastricate in vetroresina.Glasarchitektur.

Era dura, la prima linea. A buscare degli scoppi nel viso a rischio della propria pelle. Di avanzare non se ne parla neanche, e ogni colpo potrebbe essere il tuo. Un colpo micidiale e da state-of-the-art.

Italy is biutiful end cip. Be sweet, honey.

Talvolta bisogna prendere la propria vita in mano, altrimenti ci si lascia portare in giro da essa.

Vendi e pentiti dice il proverbio egiziano.

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martedì, luglio 15, 2008

Esbjerg

Lo vedi il sole tramontare dietro le rive di Esbjerg? Per qualche tallero in più avresti potuto guardare anche i gabbiani che pescano in mare... gabbiani veri... se solo avessi avuto qualche tallero... Ora c'è solo acqua sporca portata da qualche mercantile del porto.

A stare stesi sulla tuga di prua si fanno strani sogni: pesci meccanici, ritorni inaspettati, voci del popolo, tosse del mare. E sono tutte lì le strane figure dei pescatori che attendono il sole, mentre si riparano gli occhi con le mani e scelgono di definire cosa sia utile e cosa inutile nella giornata che ha da venire. Io i pesci li pesco di notte. E mentre i corsari attenderanno di decidere come decidere le cose da decidere, io dormirò e sognerò l'Olonese e Michele il Basco e sognerò i coralli del nord e quanto tempo sia necessario per fare un chilometro saltellando. Lo vedi il sole tramontare? Loro sono lì ai tavoli dello spaccio che decidono cosa sarebbe stato meglio decidere e si danno le manate sulle spalle, si arricciano i baffi umidi con le mani callose e puzzano di tomba. Io parto per gettar le reti e già i pesci mi salutano da lontano.

esbjerg

postato da: Eskimogirl alle ore 01:42 | link | commenti (5)
categorie: esplorazioni, short stories, great north
mercoledì, luglio 02, 2008

C.  Y.  B.  E.  R.

Io non li riesco proprio a capire, loro, quelli fuori, quelli che consumano strade e marciapiedi, che si decompongono al sole sotto le pensiline, quelli che non conosco ma anche quelli che mangiano con me di domenica e mi fanno gli auguri ad ogni compleanno. Io non li capisco. Non li percepisco, non li sento nemmeno. “Copriti copriti” diceva la nonna quando giocavo nudo in giardino da piccolo. Era estate. “Copriti copriti, ti vedranno i vicini e ti sgrideranno!”. Era una vita che mi vedevano scorrazzare in quel giardino tra i cespugli, sai che novità! Io sorridevo loro e loro avevano sempre qualche parolina dolce da dispensare.
Quando qualcuno mi sfiora per caso in metro o mi guarda negli occhi io mi sento gelare, mi sento nudo, ma non quella nudità che dà vergogna o ti fa sentire impotente e sotto giudizio, ma nudo, un corpo senza fattezze e senz’anima, un corpo finito e limitato. E se qualcuno mi dà un nome salutandomi mi sento mancare, mi sento schiacciato in una manciata di lettere che non ho scelto nemmeno io. Perché io mi sento io solo tra coloro che non conosco. Ma forse non è nemmeno così: io mi sento io solo nella mia stanza, dove osservo come vanno le cose veramente, tentando di rubare spazio e tempo. Alpha e Beta li chiamo io, le finestre di casa.
“Dove vai così di corsa?” mi chiedono in ufficio quando, terminato il mio turno, prendo cappello e sciarpa e mi fiondo fuori. “Vado a prender una boccata d’aria” rispondo. Comincio a correre per la strada, alcune volte ad occhi chiusi, tentando di respirare il meno possibile, di non ascoltare, di non farmi abbagliare dalle luci delle vetrine o dalle gambe di qualche ragazza. Tutto accade in quel momento, i suoni, le voci, tutto ciò che potrebbe stimolare i sensi, è come un’allucinazione, mi paralizza. Poi mi fermo di soprassalto davanti la mia porta di casa, nera, fredda. La vicina mi saluta. Io entro in casa e do di stomaco, lì, sul tappeto persiano. E allora mi chiedo “Tutto questo è reale? Questa sovrapposizione di cose nello spazio, questa pochezza, questo nome, questo io…”.
 
La mia stanza non ha finestre. Un letto, una libreria e due computer: Alpha e Beta, sono queste le due finestre. Il primo mi permette di osservare la gente che e lì fuori, il secondo di interagire con quei fantocci. Io li guardo tutti quelli lì, quelli che scrivono in ufficio, quelli che sorridono e che si fanno fotografare su una bomba chiamata “Colomba della pace”, quelli che scambiano pareri ed opinioni, quelli che rinascono dietro le figure, quelli che ascoltano le parole di altri, quelli che cioè le leggono sullo schermo e ascoltano la propria voce, si ascoltano pensando di ascoltare le parole di altri.
Beta l’ho comprato già rotto e così è rimasto.
 
“Salve, bel pomeriggio, nevvero? Ah ma è pallido, cos’ha? Sguardo assente, qui ci vuole una tisana… Riempie il cuore e lo stomaco, si sentirà meglio, si sentirà…”
Sbatto la porta e do di stomaco.
Mi sentirò mi sentirò… Entro nella mia stanza… Mi sentirò…
 
Ieri Sergio mi ha riparato Beta. “Basta inserire questo cavetto qui e così e così, ora dovrebbe andare”.
Lo accendo… webcam mentre bevo un sorso di birra.
Poi prendo un martello e fracasso Alpha. Minuscoli pezzi morti e luccicanti. Li poso su un piatto bianco, li prendo con delicatezza tra indice e pollice e comincio a mangiare, uno per uno, sento le punte nello stomaco. Mi sentirò mi sentirò… mentre la gente mi vedrà ingurgitare l’immagine stessa che io ho di loro. 
 
 
 
 
 
 
postato da: Eskimogirl alle ore 01:35 | link | commenti (22)
categorie: esplorazioni, short stories