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Il cosmo che è dentro di me, complessi morali anarchici, un occhio aperto per il passato ed uno chiuso per il presente, filosofia psichedelica, esistenzialismo spicciolo, cromatismo sonoro e mentale, risposte nelle domande, edonismo stilistico, profezie e viaggi metafisici, frasi e azioni inconcepibili, sogni iperuranici, utopie immateriali. Ma solo io possiedo la chiave di questa selvaggia parata.

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mercoledì, novembre 26, 2008

Si sale al sacrario, sempre più su, sopra un tappeto di neve che ci fascia le gambe. Ci sono tante scale sotto i nostri piedi, ma non le vediamo, tutto è ricoperto dal bianco dei bianchi. Ogni tanto scivoliamo sui bordi nascosti dei gradini, affondiamo, ci rialziamo senza rabbia nè stupore e guardiamo in alto i pennoni spogli al centro e quelli con la bandiera austriaca e quella italiana di lato. In cima il fiato lo diamo al vento secco. Solo neve, neve, gli obici dalla gittata di otto chilometri, anche quelli nella neve. Ci sediamo controvento su di un muretto. Guarda, di là c'è lo Spinoncia, di là il Cengio, di là Col della Berretta... Io e te amico, nessun'altra vita su in cima Grappa, solo tante grandi morti accatastate a piramide dietro le nostre spalle.

Tiriamo fuori un thermos dallo zaino, cioccolata calda.

E quasi ci vergogniamo di quelle tazze e delle nostre acerbe solitudini interiori mentre comincia a fioccare piano.

postato da: Eskimogirl alle ore 19:53 | link | commenti (5)
categorie: esplorazioni, great north
mercoledì, novembre 19, 2008

Sul Grappa è venuto giù una frana. Cosa importa di preciso come, cosa importa, prendi guanti e sciarpa prima che cali notte e andiamo.

Che stupide facce abbiamo amico, lucide come torce, e che assurdi discorsi facciamo, mentre le scarpe affondano tra sabbia e ghiaia. Perchè si va sul Grappa? Non lo sappiamo di preciso, ma si va. Prendi il ponte di legno, gira a sinistra e segui il fiume. Anzi no, aspetta... se ci sono gli ubriachi fuori dalle osterie, aspetta. Fermati un po' e ridi con loro, poi sfregati le mani e riprendi il cammino. Il museo della guerra è aperto solo per due mesi l'anno, ora è chiuso. Fuori è pieno di gatti nascosti dietro i cespugli. I vecchi palazzi muschiati sembrano parcheggiati lì per caso, dietro quella curva, e le vecchie signore che li abitano attraversano la strada per scuotere la tovaglia lungo gli argini.

Si sale in silenzio lungo il Brenta.

Ti ricordi da ragazzi com'eravamo e com'erano le sponde? Di sicuro sì. Io quei contorni li ho dimenticati, portati via dalla corrente. Quando venivamo qui, io il fiume non lo guardavo. Tu ci parlavi, ci suonavi su qualche nota di flauto, con le mani carezzavi i tronchi viscidi e ti addormentavi tra le foglie gialle e marroni. Era allora che io scappavo, scappavo dal fiume, scavalcavo il parapetto di ferro arrugginito e mi sedevo su quello sperone di cemento a picco sull'acqua scura. Dietro le mie spalle, in alto, la centrale idroelettrica. Dava luce alla città, ma era in assoluto l'edificio più buio che ci fosse in zona. Sentivo le lastre di cemento vibrare sotto di me, mugolavano, colpi frenetici, scale pentatoniche. Il fiume che tu cercavi qui se lo mangiavano le turbine, lo stritolavano, senza però mai dominarlo. Su quello sperone potevo ascoltare i vinto ed il vincitore, senza sapere mai bene chi fosse l'uno e chi fosse l'altro.

Saliamo ancora lungo il sentiero sempre più stretto, ingabbiato dalle fronde del bosco. Se camminassimo tutta la giornata, si arriverebbe a Trento. Ma non c'è tempo ora.

In autunno le suole delle scarpe fanno un rumore diverso e se guardi meglio le luci dall'altre parte del fiume, la città sembra stupida e sorda ad ogni richiamo dei nostri occhi.

Ammassi di terra, sassi sparsi, zolle scure, qualcosa che luccica. Ecco la frana.

Caschiamo per terra e ci mettiamo a scavare lì come dannati, a mani nude nella nuda terra. Cinque gradi, forse gli stessi di novant'anni fa.

Pezzi di granate, gavette infrante ed incrostate, piccoli cadaveri di borracce di metallo accartocciate, bottoni... Le unghie ormai sanguinano, ci fissiamo in silenzio tra queste piccole e mute macerie. Ecco cosa siamo, ecco cosa eravamo.

postato da: Eskimogirl alle ore 19:23 | link | commenti (4)
categorie: esplorazioni, short stories
mercoledì, novembre 05, 2008

Io sono un altro, ho preso le sue sembianze e l'ho sostituito. Vivo al posto suo, come lui, vivo contemporaneamente a lui, righe sovrapposte. A volte ricordo meglio le cose, altre mi dimentico e lascio andar via un po' di fantasmi. Ma nessun fantasma è incolore. Bisogna serrare i cancelli arrugginiti, dar fuoco ai tronchi marci ed abbandonare le grasse voci. Giro nelle piazze, mi immergo nella folla e lo cerco. Poi mi accorgo di cercare me e svolto per stradine laterali e sento solo i miei passi sul selciato. Dietro i lampioni della piazza ci sono vie strette, buie, belle. Non c'è nessuno, ma lo devo cercare, l'altro. Io cerco me ma infine cerco lui. E forse io sono te, caro altro, e se non lo sono forse lo sto diventando. Scendo dall'autobus e trattengo il fiato, cammino come lui e lo vedo fender l'aria pesante. Cammino come un altro, ho le sue scarpe e tra un po' anche i suoi capelli. Gli ho preso tutto, gli ho rubato la vita, ma lui questo non lo sa. Ho preso il posto di un altro ma non so perchè continui a vederlo saltellare. Mi sento una paranoica e ridicola controfigura, un manichino per il crash test.

Al Mussato c'è il fiume addormentato.

postato da: Eskimogirl alle ore 19:00 | link | commenti (4)
categorie: fasti concettosi, esplorazioni, oracolo nonsense
martedì, ottobre 21, 2008

Mon ami qui ci si consuma i pomeriggi tra le chiome d'alberi ingiallite ed i panorami muti e crescenti. Cinder & smoke, come vivere sempre in un grande bosco, annusare l'acqua che fa decomporre le foglie. Questa è la grande e possente chiesa perfetta, trafitta da mille incensiere di fuochi spenti. E' pieno di corpi morti, qualcosa di pesante ed inerme, i corpi che ti spingono sul fondo della strada e ti soffocano. Le vecchie novità insomma.

A volte vorrei ancora perdermi in quel cappotto che spesso abbiamo insultato.

Io la vincero questa città, come ogni posto dove andrai.

postato da: Eskimogirl alle ore 17:22 | link | commenti (4)
categorie: fasti concettosi, esplorazioni, great north
venerdì, ottobre 10, 2008

Nelle ville friulane ci sono le storie, quelle di chi crede ancora nell'inverno o di chi crede ancora in se stesso. Ci sono i giovani, nati anonimi, che ritagliano le parole nei silenzi e si scelgono le case in riva al mare. Ma ogni tanto sputan fuoco dalle bocche, fuoco giallo e rettangolare.

Mon ami ti osservo sulla tua stessa porta, consunta da giorni di assenze, ti parlo mentre tu prendi la posta d'altri ed annaspi tra lettere e frasi smozzicate al telefono. E non è mai abbastanza... il denaro, le forze, le case e le corse nei musei, le immagini a scatola chiusa tra milioni di cornici vuote. Non è mai abbastanza bere da sorgenti che nascono in pianura e muoiono nelle stazioni.

Le teste pesanti si legano a figure oleose che annegano nei mari di Sicilia, ma tornano sempre a galla, con la barba cresciuta, da bravi padroncini impertinenti.

Con le mani puoi grattare qualche superficie in legno e puoi leggere i sorrisi sulle bocche di carta. Sulla mia.

La grande parata dei ciechi vincitori.

A Firenze sposteranno qualche cassa, smonteranno le persone, soffieranno del polistirolo e forse qualcuno piangerà fuori dal Tenax.

Arrivederci qui e là.

lunedì, ottobre 06, 2008

Mi prendo la tua città, la piego in due e la sotterro, la colmo di occhi.

Prendo una strada e comincio a parlarle senza attender risposta. Era ottobre e con le scarpe rotte pestavi la ghiaia della piazza ed annusavi la pioggia frammista ai fumi di scarico delle auto. Com'era non è.

Prendo una casa e la osservo distrattamente, anzi non proprio... Ti prendo la casa arancione, la pesco da una cesta di case arancioni. Nessuno per la via.

Prendo un portico e lo consumo, un due tre via, avanti e indietro, guardo le spalle di chi non sa che io sia lì di domenica.

Mi prendo la tua città, un andirivieni di cose mai viste ma già raccontate, c'è sempre tempo per i rapimenti, un po' meno per la neve.

Gli anziani suonano i clarinetti rivolti verso la mia parete, i ragazzini sono sugli skate ma non si spaccano i denti, Mister Tambourine Man recita dalle insegne, i cani leccano i quaderni nelle cartolerie, negli alberghi di B. si gira un film.

Ho preso la città a chi pian piano l'abbandona.

L'arte a volte non dà proprio un cazzo. 

postato da: Eskimogirl alle ore 17:04 | link | commenti (7)
categorie: esplorazioni, studi, crippled art, great north
martedì, settembre 30, 2008

Le antiche monete d'argento.

Nuovi bottoni per la mia giacca.

postato da: Eskimogirl alle ore 18:55 | link | commenti (13)
categorie: esplorazioni, studi
lunedì, settembre 22, 2008

"...Infatti, quando l'epoca in cui un uomo di talento è obbligato a vivere è monotona e sciocca, l'artista è, a sua stessa insaputa, ossessionato dalla nostalgia di un altro secolo.

Non potendo armonizzarsi se non a rari intervalli con l'ambiente in cui si evolve; non scoprendo più, nell'esame di questo ambiente e delle creature che lo subiscono, piaceri di osservazione e di analisi sufficienti a distrarlo, egli si sente sorgere e sbocciare in sé particolari fenomeni. Confusi desideri di migrazione si levano, che si sbrogliano nella riflessione e nello studio. Gli istinti, le sensazioni, le inclinazioni trasmesse dall'eredità si risvegliano, si determinano, si impongono con imperiosa sicurezza. Si rammenta di ricordi di esseri e di cose che non ha conosciuto personalmente, e viene un momento in cui evade violentemente dal penitenziario del suo secolo e si aggira in piena libertà in un'altra epoca con la quale, in un'estrema illusione, gli sembra che sarebbe stato in miglior accordo.

Per alcuni si tratta di un ritorno alle età consumate, alle civiltà scomparse, ai tempi morti; per altri si tratta di uno slancio verso il fantastico e verso il sogno, di una visione più o meno intensa di un tempo a venire la cui immagine riproduce, senza che lo sappia, per un effetto di atavismo, quella delle epoche trascorse."

 Joris-Karl Huysmans - Controccorrente

postato da: Eskimogirl alle ore 14:59 | link | commenti (7)
categorie: esplorazioni, studi
domenica, settembre 14, 2008

Piove nei fossi d'argento e d'oro, sulle facce di bronzo, piove nei vicoli e sui sampietrini spenti, sui lampioni di ruggine e cartone e sulle finestre aperte al niente. Piove su qualche sigaretta insonne accesa sotto casa, piove su chi la tiene spenta tra le labbra, muto, e niente sa e niente saprà. Piove su chi pensa ad un pollo per pranzo, a chi si sottrae al mondo impastando la propria strada ed usando le parole giuste. Piove su chi pensa ad un asfalto filosoficamente scorretto e su chi si china per carezzarlo.

Cielo grigio e odore di metallo, domenica il giorno di festa.

postato da: Eskimogirl alle ore 23:18 | link | commenti (10)
categorie: fasti concettosi, esplorazioni, crippled art
sabato, settembre 06, 2008

I messaggi non hanno abbastanza spazi, i mesi non hanno abbastanza giorni, le piazze non hanno abbastanza statue, le mani non hanno abbastanza righe.

I fiumi di pentole e lave, la nebbia di fuochi acerbi.

E mi ritrovo ad augurare la sfortuna alla mia ventura per psichedelie varie ed eventuali ed egoismi impropri.

Le orecchie sorde le trovi per strada che trotterellano mai sazie di suoni armonici.

Ed io mi sento come un albo per bambini, tutto da colorare.

postato da: Eskimogirl alle ore 22:18 | link | commenti (5)
categorie: fasti concettosi, esplorazioni, great north
venerdì, agosto 08, 2008

I pomeriggi non s'addormentano mai sulla Grote Mark di Haarlem, nè si sciolgono tra le mani. I grigi omini a spasso hanno le bocche aperte, come tante pozzanghere di vento. I tetti di legno e maiolica hanno tutti un nome, lo gridano e risplendono di mille soli bianchi. La sventura canta acerba attorno ad una tavola imbandita o magari dorme sui divani. Che cosa è successo Katrinka? Tu mi osservi perchè ho gli occhi lucidi e densi, cerco i confini per varcarli e per inventarne altri. Tu hai un sorriso furbo e meccanico, narri le storie di un uomo qualunque ma non te ne compiaci. Tu non lo sai, ma gli arrivi e le partenze hanno il furore di una battaglia che lascia morti e feriti sulla nuda e fetida terra ed altrettanti vincitori stesi nei letti candidi delle proprie case. Io non so se ho vinto o se mi son lasciata vincere, soggiogare dall'instabilità malinconica ed appassionata. Bisogna maledire il tempo, cara Katrinka, perchè i ponti non hanno mai fine. Hai troppa paura della pioggia per riuscire ad inzupparti i vestiti. Cosa ci è successo? Riempiamoci ancora lo stomaco di quell'acqua ai fiori d'arancio, l'acqua di Utrecht e poi te lo saprò spiegare.

"Cosa è successo di quel tempo, quando portavamo a spasso le idee?"

"Erano solo stracci Katrinka"

"Cosa è successo nel frattempo?"

"Ho imparato a vivere Katrinka, mentre tu correvi, inciampavi negli stracci e ruzzolavi tra le dune".

Grote Mark runs

postato da: Eskimogirl alle ore 12:38 | link | commenti (13)
categorie: esplorazioni, great north
sabato, luglio 26, 2008

Quella notte è cresciuta una foresta, mentre adagiavo la schiena sul ramo di un noce e sbirciavo i cristalli di carta nei tronchi di metallo. E' successo proprio quella notte. Li senti i cani annusare le onde e nasconder la testa sotto le conchiglie? Chiudi gli occhi e ascolta gli uccelli che nuotano ed il vento che singhiozza tra i cancelli. La foresta sul mare fiancheggia altre foreste e ne contiene molte altre ancora, tutte quelle che verranno,  ha degli enormi bulloni sulle cortecce ed i suoi  origami scrivono sulla sabbia, scrivono con i rovi e sanguinano, e scrivono e si dissolvono nell'acqua, se la bevono tutta e diventano alberi con le corde da bucato e sulle corde il sole steso ad asciugare. Ed io li guardo i lenzuoli sparsi tra le foglie e vorrei incendiarli, vorrei bruciare i tronchi d'acqua, guardarli morire da una finestra aperta e camminare sugli specchi, sparare ad un pesce per poi riportarlo in vita. L'acqua affoga negli alberi mentre questi crescono, cresce la foresta, si accorcia la notte.

Quella volta io c'ero, l'ho visto mentre dormivo, ne sono sicura, la foresta ha rubato il mare e sotto la sabbia tante foglie fresche. 

that night a forest grew

 

postato da: Eskimogirl alle ore 15:56 | link | commenti (10)
categorie: fasti concettosi, esplorazioni, oracolo nonsense
sabato, luglio 19, 2008

YOU LOOK LIKE EVERYBODY ELSE WHEN YOU GO INTO THE CHANGE ROOM.

DSC01678

Nell'era vorace la mente libera e seguire la prassi.

Si tira a Campari.

No program is the best program.

Piglia i dollari se ti riesce.

L'Underground e l'Overground.

La Califogna era la terra promessa per la nuova generazione neopsichedelica.

Io sono un poeta e camminerò su strade lastricate in vetroresina.Glasarchitektur.

Era dura, la prima linea. A buscare degli scoppi nel viso a rischio della propria pelle. Di avanzare non se ne parla neanche, e ogni colpo potrebbe essere il tuo. Un colpo micidiale e da state-of-the-art.

Italy is biutiful end cip. Be sweet, honey.

Talvolta bisogna prendere la propria vita in mano, altrimenti ci si lascia portare in giro da essa.

Vendi e pentiti dice il proverbio egiziano.

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martedì, luglio 15, 2008

Esbjerg

Lo vedi il sole tramontare dietro le rive di Esbjerg? Per qualche tallero in più avresti potuto guardare anche i gabbiani che pescano in mare... gabbiani veri... se solo avessi avuto qualche tallero... Ora c'è solo acqua sporca portata da qualche mercantile del porto.

A stare stesi sulla tuga di prua si fanno strani sogni: pesci meccanici, ritorni inaspettati, voci del popolo, tosse del mare. E sono tutte lì le strane figure dei pescatori che attendono il sole, mentre si riparano gli occhi con le mani e scelgono di definire cosa sia utile e cosa inutile nella giornata che ha da venire. Io i pesci li pesco di notte. E mentre i corsari attenderanno di decidere come decidere le cose da decidere, io dormirò e sognerò l'Olonese e Michele il Basco e sognerò i coralli del nord e quanto tempo sia necessario per fare un chilometro saltellando. Lo vedi il sole tramontare? Loro sono lì ai tavoli dello spaccio che decidono cosa sarebbe stato meglio decidere e si danno le manate sulle spalle, si arricciano i baffi umidi con le mani callose e puzzano di tomba. Io parto per gettar le reti e già i pesci mi salutano da lontano.

esbjerg

postato da: Eskimogirl alle ore 01:42 | link | commenti (5)
categorie: esplorazioni, short stories, great north
mercoledì, luglio 02, 2008

C.  Y.  B.  E.  R.

Io non li riesco proprio a capire, loro, quelli fuori, quelli che consumano strade e marciapiedi, che si decompongono al sole sotto le pensiline, quelli che non conosco ma anche quelli che mangiano con me di domenica e mi fanno gli auguri ad ogni compleanno. Io non li capisco. Non li percepisco, non li sento nemmeno. “Copriti copriti” diceva la nonna quando giocavo nudo in giardino da piccolo. Era estate. “Copriti copriti, ti vedranno i vicini e ti sgrideranno!”. Era una vita che mi vedevano scorrazzare in quel giardino tra i cespugli, sai che novità! Io sorridevo loro e loro avevano sempre qualche parolina dolce da dispensare.
Quando qualcuno mi sfiora per caso in metro o mi guarda negli occhi io mi sento gelare, mi sento nudo, ma non quella nudità che dà vergogna o ti fa sentire impotente e sotto giudizio, ma nudo, un corpo senza fattezze e senz’anima, un corpo finito e limitato. E se qualcuno mi dà un nome salutandomi mi sento mancare, mi sento schiacciato in una manciata di lettere che non ho scelto nemmeno io. Perché io mi sento io solo tra coloro che non conosco. Ma forse non è nemmeno così: io mi sento io solo nella mia stanza, dove osservo come vanno le cose veramente, tentando di rubare spazio e tempo. Alpha e Beta li chiamo io, le finestre di casa.
“Dove vai così di corsa?” mi chiedono in ufficio quando, terminato il mio turno, prendo cappello e sciarpa e mi fiondo fuori. “Vado a prender una boccata d’aria” rispondo. Comincio a correre per la strada, alcune volte ad occhi chiusi, tentando di respirare il meno possibile, di non ascoltare, di non farmi abbagliare dalle luci delle vetrine o dalle gambe di qualche ragazza. Tutto accade in quel momento, i suoni, le voci, tutto ciò che potrebbe stimolare i sensi, è come un’allucinazione, mi paralizza. Poi mi fermo di soprassalto davanti la mia porta di casa, nera, fredda. La vicina mi saluta. Io entro in casa e do di stomaco, lì, sul tappeto persiano. E allora mi chiedo “Tutto questo è reale? Questa sovrapposizione di cose nello spazio, questa pochezza, questo nome, questo io…”.
 
La mia stanza non ha finestre. Un letto, una libreria e due computer: Alpha e Beta, sono queste le due finestre. Il primo mi permette di osservare la gente che e lì fuori, il secondo di interagire con quei fantocci. Io li guardo tutti quelli lì, quelli che scrivono in ufficio, quelli che sorridono e che si fanno fotografare su una bomba chiamata “Colomba della pace”, quelli che scambiano pareri ed opinioni, quelli che rinascono dietro le figure, quelli che ascoltano le parole di altri, quelli che cioè le leggono sullo schermo e ascoltano la propria voce, si ascoltano pensando di ascoltare le parole di altri.
Beta l’ho comprato già rotto e così è rimasto.
 
“Salve, bel pomeriggio, nevvero? Ah ma è pallido, cos’ha? Sguardo assente, qui ci vuole una tisana… Riempie il cuore e lo stomaco, si sentirà meglio, si sentirà…”
Sbatto la porta e do di stomaco.
Mi sentirò mi sentirò… Entro nella mia stanza… Mi sentirò…
 
Ieri Sergio mi ha riparato Beta. “Basta inserire questo cavetto qui e così e così, ora dovrebbe andare”.
Lo accendo… webcam mentre bevo un sorso di birra.
Poi prendo un martello e fracasso Alpha. Minuscoli pezzi morti e luccicanti. Li poso su un piatto bianco, li prendo con delicatezza tra indice e pollice e comincio a mangiare, uno per uno, sento le punte nello stomaco. Mi sentirò mi sentirò… mentre la gente mi vedrà ingurgitare l’immagine stessa che io ho di loro. 
 
 
 
 
 
 
postato da: Eskimogirl alle ore 01:35 | link | commenti (22)
categorie: esplorazioni, short stories
sabato, giugno 28, 2008

Ti chiudo in una stanza e ti immobilizzo su un sedile, poi faccio cadere una parte del soffitto

mentre dormi ti faccio spezzare inavvertitamente tutte le giunture, poi ti appendo alla finestra

ti posso fissare a un perno e farti girare orribilmente, quando svieni il perno smette di ruotare

tu ti precipiti verso la porta d'uscita, afferri la maniglia, ma questa è stata elettricamente riscaldata e ti bruci tutta la pelle della mano.

C. Viel

 


 

Vedo verde. Tra la costa ed i cubi di cemento anni Trenta io vedo verde. E non saranno i treni, i filobus, la metro, gli ascensori, i sexy shop, le scalinate coi punk e le panchine new wave, il tè verde, le terrazze, il porto coi vicoli, gli arrivi e le partenze a salvare ciò che resta. Osservare con attenzione e respirare.

Perchè tanto è tutto mio.

Until the King is born in Tupelo.

venerdì, giugno 13, 2008

Il futuro sorride a quelli come noi

In fondo hai ragione sai? Ciò che conta sul serio è alzarsi di mattina sulle proprie gambe e costruire qualcosa con le proprie mani, rendere vero quello che c'è in testa ed oscurare il resto, anche gli oroscopi o i libri enciclopedici che qualche vecchiaccia ex tossica ha scritto per ingabbiare i nostri comportamenti e lenire i suoi amari ricordi. Ci muoviamo tra strade e portici, come fanali nella sera umida che ci arriccia i capelli, con fogli di cartone e pennelli sotto le braccia, rifuggendo le processioni di volti e continuando a pensare "La gente è pazza, davvero".  Qui le piazze sono troppo grandi, ma c'è tanto spazio per costruire ed insediarvi i nostri idoli: noi. Siamo noi i nostri idoli, ciò che vogliamo ce lo prendiamo. Perchè tanto è così, sia che tu stia da culo o sia che un bicchiere di birra o tre bottiglie di vino ti rendano il migliore del mondo, è così, sei il migliore e basta. Proseguiamo tra le folle di plastica che fanno rumori cinici: c'è chi cade dal motorino e sorride, chi suona le bottiglie, chi la tromba e ci fa battere il cinque mentre snocciola un po' di francese e ci chiama "designers". Siamo assolutamente noi, noi che sputiamo sui binari e sulle linee rette, noi che restiamo col sedere per terra e ci divertiamo pure. Poco conta se un giorno ti svegli riverso su un divano con i piedi all'aria o se un giorno mi sveglio per strada con la testa appoggiata ad un muro, poco cambia in fondo. Tutto gira e ci risucchia tra solchi inanimati, e ci salviamo e ci depuriamo dal passato, dal futuro, deridendo ciò che eravamo e ridipingendo le piste. E' tutta una grande scommessa, ma è folk e ci piace.

Le vie del nord Italia, il porto di Rotterdam, tutto si incrocia, si sovrappone nel tempo, si reincontra, si costruisce con le mani e si incolla. 

postato da: Eskimogirl alle ore 22:52 | link | commenti (9)
categorie: fasti concettosi, esplorazioni, crippled art
martedì, giugno 10, 2008

Le maschere forti barcollano nelle fogne di Parigi, sognano i jeans post-Perestrojka e sputano nei canali di Bruges. Non hanno contorni, non hanno limiti, uno e trino, loro sanno cantare le arie e far brillare le insegne.

Le maschere forti hanno pozzi di luce sul volto, gli occhi perlati e la barba nivea di Ferlinghetti.

"Non sono un beatnik, non ero nella loro prima formazione, ma adoro Pasolini".

Sorseggiano il Pimm's e continuano a gorgheggiare mentre Piperno al megafono flauta: "Certe cose bisogna cancellarle, anche Pier Paolo".

Cos'hanno di forte le maschere forti?

Sigillano narici, tempi e vetustà, si nutrono di anacronismi.

Pazzi mai.

postato da: Eskimogirl alle ore 00:43 | link | commenti (5)
categorie: fasti concettosi, esplorazioni, oracolo nonsense
venerdì, giugno 06, 2008

Repliche innaturali

nella cassa di cemento,

scatola dai vetri rotti.

Mani fantasma.

Volti turbìne turbini volte.

Le pareti grattate dalle tossi pesanti 

e calcestruzzo vivo.

Luci a tappeto sulle grate di ferro.

Vecchie suole di cuoio marcio

tra le reti che stridono.

Ex fabbrica.

Bastano i fari sul soffitto,

i lustrini sulle bocche unite,

qualche applauso in lontananza.

Bastano?

Sono solo lamiere cotte dal sole.

Le vere maschere forti.

postato da: Eskimogirl alle ore 21:47 | link | commenti (7)
categorie: fasti concettosi, esplorazioni, studi, crippled art
venerdì, maggio 30, 2008

Sai C. io ci ripenso spesso a quel bar con i neon arancioni e le tovagliette di carta vellutata su quei tavolini accostati al muro.
 
“Una birra ed un americano”.
 
Era un semplice bar con gli stuzzichini sul bancone, nemmeno tanto invitanti in fin dei conti. Davvero strano. Passato un altro anno, l'ennesimo, luci già calate e tanta pioggia. Tu eri un po’ più alto. Ma la città era sempre quella. La grande città. La Città.
 
“Niente americano, un succo di frutta, grazie”.
 
Non c’era nessuno, ricordi? Ed il barista faceva piano, asciugava quei bicchieri dai riflessi azzurrini e ci sorrideva. Noi chiacchieravamo, come vecchie comari, come manager incalliti, come sognatori falliti, con gli occhi lucidi e tante parole.
 
“Un succo di frutta... Accidenti, dove andremo a finire!”.
 
Era come un grande parco giochi: pescare tra i ricordi, stare ritti su quegli sgabelli e poi incupirsi per il presente, accasciandosi su quel bicchiere, prendendosi la testa tra le mani.
Cinque minuti sono troppi per fare qualsiasi cosa e troppo pochi per pensare di essere idioti.
I cambiamenti ci danno sicurezza caro C., ci ammansiscono e ci rendono liberi, liberi dalle incrostazioni e dai riflessi, liberi dalle esperienze altrui. Ma tanto tra noi non cambierà mai niente e saremo sempre lì, a bere in un bar o a camminare per le strade deserte o nella piazza affollata di rumeni, sbuffando ad ogni incrocio, a darci risposte sagge ma poco divertenti. E’ che siamo due rammolliti caro amico mio, due diamanti grezzi. Tu fortunato in amore, io fortunata e basta. Tu che vuoi abolire i fiordi, io le spiagge. Tu che inspiri fumo, io che respiro aria. La noia ci prende e ci sbatacchia tra mille interessi che muoiono subito, in attesa di riesumazioni future. Cosa ci succede C.? Era bello tra i banchi di scuola attendere l’estate mentre copiavi da me il compito di matematica, rinchiusi in quella auletta sempre buia, riempirci gli zaini di fotocopie e attendere i treni. Ora tu progetti lampade, hai una stanza senza finestre e chiami il tuo cane come un fumetto. Ed io… io ero lì con te in quel bar e mi prendevo la testa tra le mani e forse un po’ piangevo.
Sono una grande presuntuosa, che fa scelte azzardate, ricerca appagamenti sognando un mestiere ingrato. Ma tu sei l'unico che tace o fa la sfinge, perchè tanto è tempo sprecato seguire il labiale di cento persone che ti guardano cupe ma ti danno fiducia, te la vendono al chilo. Molto meglio un abbraccio. 
C’è una sorta di labilità nel confine tra ragione e follia. E noi lo sappiamo caro C., ed è per questo che resteremo sempre due eterni adolescenti con le giacche verdi e gli occhi assonnati. E questo è bello, un quadro immutabile .
 
“Io finirò a scavare tombe, tu?”
 
“Io finirò di bere questa birra. Lo so che non ti piace, però bevi. Dai assaggia”.
 
Benvenuto Cellini, nella sua autobiografia, narra che un giorno, quand’era bambino, sedeva accanto al focolare con suo padre. D’un tratto videro una salamandra in mezzo al fuoco. Allora come oggi lo spettacolo doveva essere inusuale, tanto che il padre all’istante diede uno schiaffo a suo figlio in modo che non dimenticasse mai ciò che aveva visto.
 
Quel sorso di birra per me fu come quello schiaffo.
 
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categorie: esplorazioni
lunedì, maggio 19, 2008

"Ho sempre pensato che il legno, sia grezzo che raffinato o sotto forma di carta, fosse l'unica cosa che io potessi modellare, sarà per la sua superficie calda, sarà per la sua morbidezza, ma è così."
Vorrei riuscire a tradurre in questo materiale una musica piena di calore, far correre nelle venature i miei pensieri, osservare edifici che si muovono piegati dall'umidità o dalla secchezza dell'aria."

S. C.

Playing harmonica, iron and wine.

Norvegian wood.

Farmers farmers farmers.

Catch the folk on the railroad.

Non possiamo morire per far ridere gli altri.

Ci salveremo ci salveremo...

...to draw something good for my work.


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categorie: musica, esplorazioni, crippled art
sabato, maggio 10, 2008

Guarda quei muri, lì, lì ci sono gli orti, dietro cancellate, dietro pesanti portoni chiusi a doppia mandata, dietro i portici e le persiane sghembe, dietro quella piazza e dinanzi a quella chiesa, lì ci sono gli orti, i giardini più belli che esistano, i giardini segreti della città. Non li vedi, ma sono i più belli. Sono gli orti ed un giorno ti ci potrai intrufolare.

Guarda quel caffè, quella folla di gente, anziani, sagome di sghimbescio che gesticolano mute nei loro colori pastello. Noi non vogliamo diventare anziani.

Guarda il fiume, si insinua sotto le case, le solletica, le scuote, sta in silenzio ma vive. E' solo acqua morta.

Guarda le stelle, sono di legno o sono di merda, abitano candide stanze, ma sono sempre loro, avide di luce propria.

Guarda la notte, arriva presto, i semafori sono tutti verdi, le auto partono in quinta, una quinta folle, quintinfolle.

Guarda com'è strano, rovistare nei luoghi (sbagliati) e nel tempo (sbagliato), sbattere i pugni (giusti) sul tavolino da bar e sognare di fare qualcosa per non fare niente. Recherche.

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categorie: fasti concettosi, esplorazioni
mercoledì, aprile 23, 2008

"Io ho un'immagine, il mio fuoco dell'occhio ha questo limite e io taglio dove c'è il mio fuoco. Non è un fuoco ottico in senso stretto, è un fuoco strutturale, perciò queste sculture sono tagliate dove la struttura mi interessa che sia tagliata."

Pino Pascali

cut sculp

 


 

Nubi rossastre

si perdono tenui

dietro scogliere

dietro scrosci

iridi fosche

viaggiano

sprofondano

nelle acque

nei sogni calcarei

nelle ali perse

orizzonti arcaici

gridano piano

riprendono forma

baluginare

di verdi cristalli

che non si bagnano

trasparenze ottiche.

Fotofinish. 

 

 


mercoledì, aprile 09, 2008

Ed il tempo cominciò a mostrarsi, mi investì piano e senza ore, silenzioso e tetro.

Dopo aver incontrato il tempo gli occhi si nascondono sotto un ombrello, quell'ombrello che nasconde strade, auto, pioggia. Solo gambe e ruote che si muovono.

Dopo aver incontrato il tempo si rifuggono altri occhi per il timore che riescano a sorprendere quell'impronta ed a grattarla via.

Dopo aver incontrato il tempo... si fabbrica un altro tempo.

primo piano labbra - Pascali

Sarò una perfetta statua di gesso perennemente avvolta in un sipario tutto mio.

Candida.

Bella.

Ma non abbastanza.

E con le labbra corallo.

 

lunedì, aprile 07, 2008

Le attese inghiottiscono i sogni, false perle manifeste.

La dolce euforia nel sadico lassismo.

Le attese predicano silenzi, delicati affetti esasperanti.

La cinica visione che depreda il sonno.

Le paure rinascono col non sapere, col non sentire, col non vedere.

Le mani.

Le mani ci salveranno, mentre cala la sera, fumosa, inerte ed i fischi dei treni tremano in lontananza.

I silenzi.

I silenzi ci uccideranno.

 

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categorie: fasti concettosi, esplorazioni, oracolo nonsense
lunedì, marzo 31, 2008

La caccia alla meteora, chimeriche sembianze.

Ritrovo i vecchi sogni, per poterli perder meglio.

Ritrovo vecchi dubbi e vecchie attenzioni.

Tra i binari delle stazioni e la gente che attende.

Ma io non sono la gente ed è l'attesa che mi attende.

Giochi di luce.

Le parole sono più pesanti delle voci. Sbiadiscono a volte, ma non crepano, ricoprono le coscienze, appiattiscono dure ed inesorabili le altrui realtà.

Io sono ciò che cerco.

centrale m.

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categorie: fasti concettosi, esplorazioni, studi, crippled art
martedì, marzo 18, 2008

Ma chi se li ricorda più gli Eater! E' tutto finito, i giubbotti di pelle non ci sono, le giacche non puzzan più di naftalina. E' tutto finito, non ci sono più occhiaie nè sorrisi spenti, nè idee marce, nè latrati.

Chi se le ricorda più le vecchie librerie. Gli scaffali, le pile di libri ammucchiate dappertutto, il ragazzo con la barba e la sciarpa rossa, il sottoscala buio con le offerte.

Chi se lo ricorda più il perduto negozio di dischi, l'odore di moquette, i dischi che non c'erano mai, la mano di * che mi trascinava, o forse io trascinavo lui. Solo quella volta. Ma forse ci andavo sempre perchè i dischi che volevo non li trovavo mai. I libri li trovo sempre. Sono loro che trovano me, assuefatta come sono a tanta vecchia ed infinita letteratura ottocentesca per l'infanzia.

Chi se lo ricorda più quel viso triste ed accigliato perso nel vuoto vacuo ed impotente del silenzio di un teatro notturno che naviga come una barca del Baltico e perde acqua come una brocca crepata. Ora la tela è tutta nera, ed io odio il nero.

Chi se la ricorda più Brigitte Helm, il grigiore lustro delle sue gote, quelle labbra sottili e misteriose.

nebbia

Chi se lo ricorda più chi si ricordava chi io fossi. Forse sta ancora svitando lampadine dai lampioni.

 

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categorie: musica, fasti concettosi, esplorazioni, oracolo nonsense
domenica, marzo 09, 2008

Eravamo immersi nel bianco ed io saggiamente interdetta. Il bianco astrae troppo. Ci sono ore in cui capisci che bisogna fiatare per morire, morendo per vittoria. Allora i ricordi confondono le allucinazioni ed il volere comincia ad astrarsi anche lui, concretamente però.

Il mare di giorno, il mare è una festa.

Di notte quasi un urlo.

Di notte è tempesta.

Il sole sorprende le ombre ed i fantasmi, i pensieri lucidi, la vuota destrezza. Il giorno attende sempre, quando cerco di esser lì e non ci sono, quando respiro il freddo osservando un'altra notte per sostenere la guerra, non la realtà. Sì, mi piace uccidere le ombre, sopprimerle ed impossessarmene. Ma mi piace anche ricordare le storie di regine psichedeliche che hanno stivaletti a righe e si incoronano subito.

Dear painted princess, il regno dorme e tu sei sveglia, senza sonno e tenti di inventare nuovi colori. Armi bianche a righe blu e violenza aristocratica. Gli ubriachi ballano ed i cani si nascondono sotto le tovaglie. Ho un regno ed un diadema di carta. Il resto non conta.

Cadere nel buio e sporcarsi per caso di luce.

La luce non si smacchia.

lilliangish

 


 

Quando hai compreso questa scrittura, gettala via.

Se non riesci a comprende questa scrittura, gettala via.

Insisto che tu debba essere libero.

postato da: Eskimogirl alle ore 22:31 | link | comme