Si sale al sacrario, sempre più su, sopra un tappeto di neve che ci fascia le gambe. Ci sono tante scale sotto i nostri piedi, ma non le vediamo, tutto è ricoperto dal bianco dei bianchi. Ogni tanto scivoliamo sui bordi nascosti dei gradini, affondiamo, ci rialziamo senza rabbia nè stupore e guardiamo in alto i pennoni spogli al centro e quelli con la bandiera austriaca e quella italiana di lato. In cima il fiato lo diamo al vento secco. Solo neve, neve, gli obici dalla gittata di otto chilometri, anche quelli nella neve. Ci sediamo controvento su di un muretto. Guarda, di là c'è lo Spinoncia, di là il Cengio, di là Col della Berretta... Io e te amico, nessun'altra vita su in cima Grappa, solo tante grandi morti accatastate a piramide dietro le nostre spalle.
Tiriamo fuori un thermos dallo zaino, cioccolata calda.
E quasi ci vergogniamo di quelle tazze e delle nostre acerbe solitudini interiori mentre comincia a fioccare piano.
Sul Grappa è venuto giù una frana. Cosa importa di preciso come, cosa importa, prendi guanti e sciarpa prima che cali notte e andiamo.
Che stupide facce abbiamo amico, lucide come torce, e che assurdi discorsi facciamo, mentre le scarpe affondano tra sabbia e ghiaia. Perchè si va sul Grappa? Non lo sappiamo di preciso, ma si va. Prendi il ponte di legno, gira a sinistra e segui il fiume. Anzi no, aspetta... se ci sono gli ubriachi fuori dalle osterie, aspetta. Fermati un po' e ridi con loro, poi sfregati le mani e riprendi il cammino. Il museo della guerra è aperto solo per due mesi l'anno, ora è chiuso. Fuori è pieno di gatti nascosti dietro i cespugli. I vecchi palazzi muschiati sembrano parcheggiati lì per caso, dietro quella curva, e le vecchie signore che li abitano attraversano la strada per scuotere la tovaglia lungo gli argini.
Si sale in silenzio lungo il Brenta.
Ti ricordi da ragazzi com'eravamo e com'erano le sponde? Di sicuro sì. Io quei contorni li ho dimenticati, portati via dalla corrente. Quando venivamo qui, io il fiume non lo guardavo. Tu ci parlavi, ci suonavi su qualche nota di flauto, con le mani carezzavi i tronchi viscidi e ti addormentavi tra le foglie gialle e marroni. Era allora che io scappavo, scappavo dal fiume, scavalcavo il parapetto di ferro arrugginito e mi sedevo su quello sperone di cemento a picco sull'acqua scura. Dietro le mie spalle, in alto, la centrale idroelettrica. Dava luce alla città, ma era in assoluto l'edificio più buio che ci fosse in zona. Sentivo le lastre di cemento vibrare sotto di me, mugolavano, colpi frenetici, scale pentatoniche. Il fiume che tu cercavi qui se lo mangiavano le turbine, lo stritolavano, senza però mai dominarlo. Su quello sperone potevo ascoltare i vinto ed il vincitore, senza sapere mai bene chi fosse l'uno e chi fosse l'altro.
Saliamo ancora lungo il sentiero sempre più stretto, ingabbiato dalle fronde del bosco. Se camminassimo tutta la giornata, si arriverebbe a Trento. Ma non c'è tempo ora.
In autunno le suole delle scarpe fanno un rumore diverso e se guardi meglio le luci dall'altre parte del fiume, la città sembra stupida e sorda ad ogni richiamo dei nostri occhi.
Ammassi di terra, sassi sparsi, zolle scure, qualcosa che luccica. Ecco la frana.
Caschiamo per terra e ci mettiamo a scavare lì come dannati, a mani nude nella nuda terra. Cinque gradi, forse gli stessi di novant'anni fa.
Pezzi di granate, gavette infrante ed incrostate, piccoli cadaveri di borracce di metallo accartocciate, bottoni... Le unghie ormai sanguinano, ci fissiamo in silenzio tra queste piccole e mute macerie. Ecco cosa siamo, ecco cosa eravamo.
Io sono un altro, ho preso le sue sembianze e l'ho sostituito. Vivo al posto suo, come lui, vivo contemporaneamente a lui, righe sovrapposte. A volte ricordo meglio le cose, altre mi dimentico e lascio andar via un po' di fantasmi. Ma nessun fantasma è incolore. Bisogna serrare i cancelli arrugginiti, dar fuoco ai tronchi marci ed abbandonare le grasse voci. Giro nelle piazze, mi immergo nella folla e lo cerco. Poi mi accorgo di cercare me e svolto per stradine laterali e sento solo i miei passi sul selciato. Dietro i lampioni della piazza ci sono vie strette, buie, belle. Non c'è nessuno, ma lo devo cercare, l'altro. Io cerco me ma infine cerco lui. E forse io sono te, caro altro, e se non lo sono forse lo sto diventando. Scendo dall'autobus e trattengo il fiato, cammino come lui e lo vedo fender l'aria pesante. Cammino come un altro, ho le sue scarpe e tra un po' anche i suoi capelli. Gli ho preso tutto, gli ho rubato la vita, ma lui questo non lo sa. Ho preso il posto di un altro ma non so perchè continui a vederlo saltellare. Mi sento una paranoica e ridicola controfigura, un manichino per il crash test.
Al Mussato c'è il fiume addormentato.
Mon ami qui ci si consuma i pomeriggi tra le chiome d'alberi ingiallite ed i panorami muti e crescenti. Cinder & smoke, come vivere sempre in un grande bosco, annusare l'acqua che fa decomporre le foglie. Questa è la grande e possente chiesa perfetta, trafitta da mille incensiere di fuochi spenti. E' pieno di corpi morti, qualcosa di pesante ed inerme, i corpi che ti spingono sul fondo della strada e ti soffocano. Le vecchie novità insomma.
A volte vorrei ancora perdermi in quel cappotto che spesso abbiamo insultato.
Io la vincero questa città, come ogni posto dove andrai.
Nelle ville friulane ci sono le storie, quelle di chi crede ancora nell'inverno o di chi crede ancora in se stesso. Ci sono i giovani, nati anonimi, che ritagliano le parole nei silenzi e si scelgono le case in riva al mare. Ma ogni tanto sputan fuoco dalle bocche, fuoco giallo e rettangolare.
Mon ami ti osservo sulla tua stessa porta, consunta da giorni di assenze, ti parlo mentre tu prendi la posta d'altri ed annaspi tra lettere e frasi smozzicate al telefono. E non è mai abbastanza... il denaro, le forze, le case e le corse nei musei, le immagini a scatola chiusa tra milioni di cornici vuote. Non è mai abbastanza bere da sorgenti che nascono in pianura e muoiono nelle stazioni.
Le teste pesanti si legano a figure oleose che annegano nei mari di Sicilia, ma tornano sempre a galla, con la barba cresciuta, da bravi padroncini impertinenti.
Con le mani puoi grattare qualche superficie in legno e puoi leggere i sorrisi sulle bocche di carta. Sulla mia.
La grande parata dei ciechi vincitori.
A Firenze sposteranno qualche cassa, smonteranno le persone, soffieranno del polistirolo e forse qualcuno piangerà fuori dal Tenax.
Arrivederci qui e là.
Mi prendo la tua città, la piego in due e la sotterro, la colmo di occhi.
Prendo una strada e comincio a parlarle senza attender risposta. Era ottobre e con le scarpe rotte pestavi la ghiaia della piazza ed annusavi la pioggia frammista ai fumi di scarico delle auto. Com'era non è.
Prendo una casa e la osservo distrattamente, anzi non proprio... Ti prendo la casa arancione, la pesco da una cesta di case arancioni. Nessuno per la via.
Prendo un portico e lo consumo, un due tre via, avanti e indietro, guardo le spalle di chi non sa che io sia lì di domenica.
Mi prendo la tua città, un andirivieni di cose mai viste ma già raccontate, c'è sempre tempo per i rapimenti, un po' meno per la neve.
Gli anziani suonano i clarinetti rivolti verso la mia parete, i ragazzini sono sugli skate ma non si spaccano i denti, Mister Tambourine Man recita dalle insegne, i cani leccano i quaderni nelle cartolerie, negli alberghi di B. si gira un film.
Ho preso la città a chi pian piano l'abbandona.
L'arte a volte non dà proprio un cazzo.
"...Infatti, quando l'epoca in cui un uomo di talento è obbligato a vivere è monotona e sciocca, l'artista è, a sua stessa insaputa, ossessionato dalla nostalgia di un altro secolo.
Non potendo armonizzarsi se non a rari intervalli con l'ambiente in cui si evolve; non scoprendo più, nell'esame di questo ambiente e delle creature che lo subiscono, piaceri di osservazione e di analisi sufficienti a distrarlo, egli si sente sorgere e sbocciare in sé particolari fenomeni. Confusi desideri di migrazione si levano, che si sbrogliano nella riflessione e nello studio. Gli istinti, le sensazioni, le inclinazioni trasmesse dall'eredità si risvegliano, si determinano, si impongono con imperiosa sicurezza. Si rammenta di ricordi di esseri e di cose che non ha conosciuto personalmente, e viene un momento in cui evade violentemente dal penitenziario del suo secolo e si aggira in piena libertà in un'altra epoca con la quale, in un'estrema illusione, gli sembra che sarebbe stato in miglior accordo.
Per alcuni si tratta di un ritorno alle età consumate, alle civiltà scomparse, ai tempi morti; per altri si tratta di uno slancio verso il fantastico e verso il sogno, di una visione più o meno intensa di un tempo a venire la cui immagine riproduce, senza che lo sappia, per un effetto di atavismo, quella delle epoche trascorse."
Joris-Karl Huysmans - Controccorrente
Piove nei fossi d'argento e d'oro, sulle facce di bronzo, piove nei vicoli e sui sampietrini spenti, sui lampioni di ruggine e cartone e sulle finestre aperte al niente. Piove su qualche sigaretta insonne accesa sotto casa, piove su chi la tiene spenta tra le labbra, muto, e niente sa e niente saprà. Piove su chi pensa ad un pollo per pranzo, a chi si sottrae al mondo impastando la propria strada ed usando le parole giuste. Piove su chi pensa ad un asfalto filosoficamente scorretto e su chi si china per carezzarlo.
Cielo grigio e odore di metallo, domenica il giorno di festa.
I messaggi non hanno abbastanza spazi, i mesi non hanno abbastanza giorni, le piazze non hanno abbastanza statue, le mani non hanno abbastanza righe.
I fiumi di pentole e lave, la nebbia di fuochi acerbi.
E mi ritrovo ad augurare la sfortuna alla mia ventura per psichedelie varie ed eventuali ed egoismi impropri.
Le orecchie sorde le trovi per strada che trotterellano mai sazie di suoni armonici.
Ed io mi sento come un albo per bambini, tutto da colorare.
I pomeriggi non s'addormentano mai sulla Grote Mark di Haarlem, nè si sciolgono tra le mani. I grigi omini a spasso hanno le bocche aperte, come tante pozzanghere di vento. I tetti di legno e maiolica hanno tutti un nome, lo gridano e risplendono di mille soli bianchi. La sventura canta acerba attorno ad una tavola imbandita o magari dorme sui divani. Che cosa è successo Katrinka? Tu mi osservi perchè ho gli occhi lucidi e densi, cerco i confini per varcarli e per inventarne altri. Tu hai un sorriso furbo e meccanico, narri le storie di un uomo qualunque ma non te ne compiaci. Tu non lo sai, ma gli arrivi e le partenze hanno il furore di una battaglia che lascia morti e feriti sulla nuda e fetida terra ed altrettanti vincitori stesi nei letti candidi delle proprie case. Io non so se ho vinto o se mi son lasciata vincere, soggiogare dall'instabilità malinconica ed appassionata. Bisogna maledire il tempo, cara Katrinka, perchè i ponti non hanno mai fine. Hai troppa paura della pioggia per riuscire ad inzupparti i vestiti. Cosa ci è successo? Riempiamoci ancora lo stomaco di quell'acqua ai fiori d'arancio, l'acqua di Utrecht e poi te lo saprò spiegare.
"Cosa è successo di quel tempo, quando portavamo a spasso le idee?"
"Erano solo stracci Katrinka"
"Cosa è successo nel frattempo?"
"Ho imparato a vivere Katrinka, mentre tu correvi, inciampavi negli stracci e ruzzolavi tra le dune".

Quella notte è cresciuta una foresta, mentre adagiavo la schiena sul ramo di un noce e sbirciavo i cristalli di carta nei tronchi di metallo. E' successo proprio quella notte. Li senti i cani annusare le onde e nasconder la testa sotto le conchiglie? Chiudi gli occhi e ascolta gli uccelli che nuotano ed il vento che singhiozza tra i cancelli. La foresta sul mare fiancheggia altre foreste e ne contiene molte altre ancora, tutte quelle che verranno, ha degli enormi bulloni sulle cortecce ed i suoi origami scrivono sulla sabbia, scrivono con i rovi e sanguinano, e scrivono e si dissolvono nell'acqua, se la bevono tutta e diventano alberi con le corde da bucato e sulle corde il sole steso ad asciugare. Ed io li guardo i lenzuoli sparsi tra le foglie e vorrei incendiarli, vorrei bruciare i tronchi d'acqua, guardarli morire da una finestra aperta e camminare sugli specchi, sparare ad un pesce per poi riportarlo in vita. L'acqua affoga negli alberi mentre questi crescono, cresce la foresta, si accorcia la notte.
Quella volta io c'ero, l'ho visto mentre dormivo, ne sono sicura, la foresta ha rubato il mare e sotto la sabbia tante foglie fresche.

YOU LOOK LIKE EVERYBODY ELSE WHEN YOU GO INTO THE CHANGE ROOM.

Nell'era vorace la mente libera e seguire la prassi.
Si tira a Campari.
No program is the best program.
Piglia i dollari se ti riesce.
L'Underground e l'Overground.
La Califogna era la terra promessa per la nuova generazione neopsichedelica.
Io sono un poeta e camminerò su strade lastricate in vetroresina.Glasarchitektur.
Era dura, la prima linea. A buscare degli scoppi nel viso a rischio della propria pelle. Di avanzare non se ne parla neanche, e ogni colpo potrebbe essere il tuo. Un colpo micidiale e da state-of-the-art.
Italy is biutiful end cip. Be sweet, honey.
Talvolta bisogna prendere la propria vita in mano, altrimenti ci si lascia portare in giro da essa.
Vendi e pentiti dice il proverbio egiziano.

Esbjerg
Lo vedi il sole tramontare dietro le rive di Esbjerg? Per qualche tallero in più avresti potuto guardare anche i gabbiani che pescano in mare... gabbiani veri... se solo avessi avuto qualche tallero... Ora c'è solo acqua sporca portata da qualche mercantile del porto.
A stare stesi sulla tuga di prua si fanno strani sogni: pesci meccanici, ritorni inaspettati, voci del popolo, tosse del mare. E sono tutte lì le strane figure dei pescatori che attendono il sole, mentre si riparano gli occhi con le mani e scelgono di definire cosa sia utile e cosa inutile nella giornata che ha da venire. Io i pesci li pesco di notte. E mentre i corsari attenderanno di decidere come decidere le cose da decidere, io dormirò e sognerò l'Olonese e Michele il Basco e sognerò i coralli del nord e quanto tempo sia necessario per fare un chilometro saltellando. Lo vedi il sole tramontare? Loro sono lì ai tavoli dello spaccio che decidono cosa sarebbe stato meglio decidere e si danno le manate sulle spalle, si arricciano i baffi umidi con le mani callose e puzzano di tomba. Io parto per gettar le reti e già i pesci mi salutano da lontano.

C. Y. B. E. R.
Ti chiudo in una stanza e ti immobilizzo su un sedile, poi faccio cadere una parte del soffitto
mentre dormi ti faccio spezzare inavvertitamente tutte le giunture, poi ti appendo alla finestra
ti posso fissare a un perno e farti girare orribilmente, quando svieni il perno smette di ruotare
tu ti precipiti verso la porta d'uscita, afferri la maniglia, ma questa è stata elettricamente riscaldata e ti bruci tutta la pelle della mano.
C. Viel
Vedo verde. Tra la costa ed i cubi di cemento anni Trenta io vedo verde. E non saranno i treni, i filobus, la metro, gli ascensori, i sexy shop, le scalinate coi punk e le panchine new wave, il tè verde, le terrazze, il porto coi vicoli, gli arrivi e le partenze a salvare ciò che resta. Osservare con attenzione e respirare.
Perchè tanto è tutto mio.
Until the King is born in Tupelo.
Il futuro sorride a quelli come noi
In fondo hai ragione sai? Ciò che conta sul serio è alzarsi di mattina sulle proprie gambe e costruire qualcosa con le proprie mani, rendere vero quello che c'è in testa ed oscurare il resto, anche gli oroscopi o i libri enciclopedici che qualche vecchiaccia ex tossica ha scritto per ingabbiare i nostri comportamenti e lenire i suoi amari ricordi. Ci muoviamo tra strade e portici, come fanali nella sera umida che ci arriccia i capelli, con fogli di cartone e pennelli sotto le braccia, rifuggendo le processioni di volti e continuando a pensare "La gente è pazza, davvero". Qui le piazze sono troppo grandi, ma c'è tanto spazio per costruire ed insediarvi i nostri idoli: noi. Siamo noi i nostri idoli, ciò che vogliamo ce lo prendiamo. Perchè tanto è così, sia che tu stia da culo o sia che un bicchiere di birra o tre bottiglie di vino ti rendano il migliore del mondo, è così, sei il migliore e basta. Proseguiamo tra le folle di plastica che fanno rumori cinici: c'è chi cade dal motorino e sorride, chi suona le bottiglie, chi la tromba e ci fa battere il cinque mentre snocciola un po' di francese e ci chiama "designers". Siamo assolutamente noi, noi che sputiamo sui binari e sulle linee rette, noi che restiamo col sedere per terra e ci divertiamo pure. Poco conta se un giorno ti svegli riverso su un divano con i piedi all'aria o se un giorno mi sveglio per strada con la testa appoggiata ad un muro, poco cambia in fondo. Tutto gira e ci risucchia tra solchi inanimati, e ci salviamo e ci depuriamo dal passato, dal futuro, deridendo ciò che eravamo e ridipingendo le piste. E' tutta una grande scommessa, ma è folk e ci piace.
Le vie del nord Italia, il porto di Rotterdam, tutto si incrocia, si sovrappone nel tempo, si reincontra, si costruisce con le mani e si incolla.
Le maschere forti barcollano nelle fogne di Parigi, sognano i jeans post-Perestrojka e sputano nei canali di Bruges. Non hanno contorni, non hanno limiti, uno e trino, loro sanno cantare le arie e far brillare le insegne.
Le maschere forti hanno pozzi di luce sul volto, gli occhi perlati e la barba nivea di Ferlinghetti.
"Non sono un beatnik, non ero nella loro prima formazione, ma adoro Pasolini".
Sorseggiano il Pimm's e continuano a gorgheggiare mentre Piperno al megafono flauta: "Certe cose bisogna cancellarle, anche Pier Paolo".
Cos'hanno di forte le maschere forti?
Sigillano narici, tempi e vetustà, si nutrono di anacronismi.
Pazzi mai.
Repliche innaturali
nella cassa di cemento,
scatola dai vetri rotti.
Mani fantasma.
Volti turbìne turbini volte.
Le pareti grattate dalle tossi pesanti
e calcestruzzo vivo.
Luci a tappeto sulle grate di ferro.
Vecchie suole di cuoio marcio
tra le reti che stridono.
Ex fabbrica.
Bastano i fari sul soffitto,
i lustrini sulle bocche unite,
qualche applauso in lontananza.
Bastano?
Sono solo lamiere cotte dal sole.
Le vere maschere forti.
"Ho sempre pensato che il legno, sia grezzo che raffinato o sotto forma di carta, fosse l'unica cosa che io potessi modellare, sarà per la sua superficie calda, sarà per la sua morbidezza, ma è così."
Vorrei riuscire a tradurre in questo materiale una musica piena di calore, far correre nelle venature i miei pensieri, osservare edifici che si muovono piegati dall'umidità o dalla secchezza dell'aria."
S. C.
Playing harmonica, iron and wine.
Norvegian wood.
Farmers farmers farmers.
Catch the folk on the railroad.
Non possiamo morire per far ridere gli altri.
Ci salveremo ci salveremo...
...to draw something good for my work.
Guarda quei muri, lì, lì ci sono gli orti, dietro cancellate, dietro pesanti portoni chiusi a doppia mandata, dietro i portici e le persiane sghembe, dietro quella piazza e dinanzi a quella chiesa, lì ci sono gli orti, i giardini più belli che esistano, i giardini segreti della città. Non li vedi, ma sono i più belli. Sono gli orti ed un giorno ti ci potrai intrufolare.
Guarda quel caffè, quella folla di gente, anziani, sagome di sghimbescio che gesticolano mute nei loro colori pastello. Noi non vogliamo diventare anziani.
Guarda il fiume, si insinua sotto le case, le solletica, le scuote, sta in silenzio ma vive. E' solo acqua morta.
Guarda le stelle, sono di legno o sono di merda, abitano candide stanze, ma sono sempre loro, avide di luce propria.
Guarda la notte, arriva presto, i semafori sono tutti verdi, le auto partono in quinta, una quinta folle, quintinfolle.
Guarda com'è strano, rovistare nei luoghi (sbagliati) e nel tempo (sbagliato), sbattere i pugni (giusti) sul tavolino da bar e sognare di fare qualcosa per non fare niente. Recherche.
"Io ho un'immagine, il mio fuoco dell'occhio ha questo limite e io taglio dove c'è il mio fuoco. Non è un fuoco ottico in senso stretto, è un fuoco strutturale, perciò queste sculture sono tagliate dove la struttura mi interessa che sia tagliata."
Pino Pascali

Nubi rossastre
si perdono tenui
dietro scogliere
dietro scrosci
iridi fosche
viaggiano
sprofondano
nelle acque
nei sogni calcarei
nelle ali perse
orizzonti arcaici
gridano piano
riprendono forma
baluginare
di verdi cristalli
che non si bagnano
trasparenze ottiche.
Fotofinish.
Ed il tempo cominciò a mostrarsi, mi investì piano e senza ore, silenzioso e tetro.
Dopo aver incontrato il tempo gli occhi si nascondono sotto un ombrello, quell'ombrello che nasconde strade, auto, pioggia. Solo gambe e ruote che si muovono.
Dopo aver incontrato il tempo si rifuggono altri occhi per il timore che riescano a sorprendere quell'impronta ed a grattarla via.
Dopo aver incontrato il tempo... si fabbrica un altro tempo.

Sarò una perfetta statua di gesso perennemente avvolta in un sipario tutto mio.
Candida.
Bella.
Ma non abbastanza.
E con le labbra corallo.
Le attese inghiottiscono i sogni, false perle manifeste.
La dolce euforia nel sadico lassismo.
Le attese predicano silenzi, delicati affetti esasperanti.
La cinica visione che depreda il sonno.
Le paure rinascono col non sapere, col non sentire, col non vedere.
Le mani.
Le mani ci salveranno, mentre cala la sera, fumosa, inerte ed i fischi dei treni tremano in lontananza.
I silenzi.
I silenzi ci uccideranno.
La caccia alla meteora, chimeriche sembianze.
Ritrovo i vecchi sogni, per poterli perder meglio.
Ritrovo vecchi dubbi e vecchie attenzioni.
Tra i binari delle stazioni e la gente che attende.
Ma io non sono la gente ed è l'attesa che mi attende.
Giochi di luce.
Le parole sono più pesanti delle voci. Sbiadiscono a volte, ma non crepano, ricoprono le coscienze, appiattiscono dure ed inesorabili le altrui realtà.
Io sono ciò che cerco.

Ma chi se li ricorda più gli Eater! E' tutto finito, i giubbotti di pelle non ci sono, le giacche non puzzan più di naftalina. E' tutto finito, non ci sono più occhiaie nè sorrisi spenti, nè idee marce, nè latrati.
Chi se le ricorda più le vecchie librerie. Gli scaffali, le pile di libri ammucchiate dappertutto, il ragazzo con la barba e la sciarpa rossa, il sottoscala buio con le offerte.
Chi se lo ricorda più il perduto negozio di dischi, l'odore di moquette, i dischi che non c'erano mai, la mano di * che mi trascinava, o forse io trascinavo lui. Solo quella volta. Ma forse ci andavo sempre perchè i dischi che volevo non li trovavo mai. I libri li trovo sempre. Sono loro che trovano me, assuefatta come sono a tanta vecchia ed infinita letteratura ottocentesca per l'infanzia.
Chi se lo ricorda più quel viso triste ed accigliato perso nel vuoto vacuo ed impotente del silenzio di un teatro notturno che naviga come una barca del Baltico e perde acqua come una brocca crepata. Ora la tela è tutta nera, ed io odio il nero.
Chi se la ricorda più Brigitte Helm, il grigiore lustro delle sue gote, quelle labbra sottili e misteriose.

Chi se lo ricorda più chi si ricordava chi io fossi. Forse sta ancora svitando lampadine dai lampioni.
Eravamo immersi nel bianco ed io saggiamente interdetta. Il bianco astrae troppo. Ci sono ore in cui capisci che bisogna fiatare per morire, morendo per vittoria. Allora i ricordi confondono le allucinazioni ed il volere comincia ad astrarsi anche lui, concretamente però.
Il mare di giorno, il mare è una festa.
Di notte quasi un urlo.
Di notte è tempesta.
Il sole sorprende le ombre ed i fantasmi, i pensieri lucidi, la vuota destrezza. Il giorno attende sempre, quando cerco di esser lì e non ci sono, quando respiro il freddo osservando un'altra notte per sostenere la guerra, non la realtà. Sì, mi piace uccidere le ombre, sopprimerle ed impossessarmene. Ma mi piace anche ricordare le storie di regine psichedeliche che hanno stivaletti a righe e si incoronano subito.
Dear painted princess, il regno dorme e tu sei sveglia, senza sonno e tenti di inventare nuovi colori. Armi bianche a righe blu e violenza aristocratica. Gli ubriachi ballano ed i cani si nascondono sotto le tovaglie. Ho un regno ed un diadema di carta. Il resto non conta.
Cadere nel buio e sporcarsi per caso di luce.
La luce non si smacchia.

Quando hai compreso questa scrittura, gettala via.
Se non riesci a comprende questa scrittura, gettala via.
Insisto che tu debba essere libero.